il Contrasto di Cielo d'Alcamo

Il Contrasto di Cielo d’Alcamo: analisi e commento

Il Contrasto di Cielo d’Alcamo è l’esempio più significativo della poesia popolare e giullaresca fiorita in Italia parallelamente alla lirica “alta” (la tradizione che dai provenzali giunge fino al Dolce Stil Novo).

È una poesia popolare destinata alla fruizione orale in occasione di feste e intrattenimenti. La sua produzione e diffusione avvengono a opera di giullari (cantori e/o autori professionisti che vagano di luogo in luogo offrendo i loro servigi). Essi utilizzano un linguaggio popolare, adatto a un pubblico di modesta cultura cui si rivolgono. I temi sono gli stessi della poesia cortese – principalmente l’amore – trattati tuttavia in chiave “leggera” e scanzonata, non di rado parodica.

La poesia giullaresca fa ampiamente ricorso alla tecnica del racconto dialogato in versi e del contrasto realistico fra i due amanti – come nel Contrasto di Cielo d’Alcamo – che verrà ripresa e continuata dalla poesia comico-realistica.

Chi sia veramente questo poeta non sappiamo. Incerto è persino il nome: per alcuni Ciullo (diminutivo di Vincenzullo), per altri Cheli (diminutivo di Michele assai diffuso in Sicilia), da cui sarebbe derivato Celi e poi, in Toscana, Cielo. Incerto anche il secondo nome: d’Alcamo (cittadina della Sicilia), Dal Camo, Dalcamo.

Dal testo del Contrasto di Cielo d’Alcamo, sulla base soprattutto degli elementi linguistici, si può dedurre che l’autore era con ogni probabilità siciliano e che non era sprovvisto di una certa cultura.

Qualcosa di più sicuro si può dire invece sulla data di composizione, che cade tra il 1231 e il 1250; cioè tra la promulgazione delle Costituzioni Melfitane e l’anno di morte di Federico II, in base ai riferimenti contenuti ai vv. 21-25 del Contrasto.

La materia del componimento è tradizionale nella poesia giullaresca: si tratta di un dialogo tra una donna del popolo e un corteggiatore che vuole persuaderla, mentre essa rifiuta sempre più debolmente fino alla capitolazione finale.

All’inizio le posizioni sembrano nette: l’uomo tenta la strada dell’adulazione e la donna rifiuta con energia. L’uomo insiste, usando via via le armi della galanteria e della sfrontatezza, mentre la donna minaccia prima l’intervento dei familiari, poi vanta la sua purezza e la sua altezza, propone la via del matrimonio finché cede, e senza bisogno delle nozze, all’incalzare dell’uomo.

Il Contrasto di Cielo d’Alcamo si propone come un’imitazione giocosa e farsesca dei componimenti della poesia siciliana. Accanto a un registo “alto” e cortese in cui si ritrovano numerosi latinismi (un esempio di latinismo lo troviamo, fin dall’incipit, in «aulentissima», dal latino olére, “avere odore”) e francesismi (che hanno la funzione di nobilitare e impreziosire, in chiave parodica, il testo) si alterna uno popolare e “basso”, in cui troviamo espressioni dialettali, plebee, proverbiali, perfettamente adeguate al corteggiamento di una popolana (esempi sono espressioni come «avanti li cavelli m’aritonno» v.7; «molte sono le femine c’hanno dura la testa» v.31).

Probabilmente Cielo d’Alcamo voleva prendersi gioco delle complesse e intellettualistiche rime di Giacomo da Lentini e degli altri funzionari della corte di Federico II.

Dal punto di vista metrico, il Contrasto di Cielo d’Alcamo si compone di 32 strofe che corrispondono alle alterne battute di dialogo dell’uomo e della donna, costituite da 5 versi ciascuna: i primi tre sono alessandrini monorimi con il primo emistichio sempre sdrucciolo, i due successivi sono endecasillabi a rima baciata. Lo schema è: AAA, BB.