Il rito funebre nella Grecia antica.
Vaso del Dipylon, ceramica dipinta, h. 155 cm, 750 a.C. ca. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Il rito funebre nella Grecia antica aveva una grande importanza. Dare sepoltura ai morti era uno dei supremi doveri dei vivi che rispettavano le leggi degli dèi.

Era fondamentale che il corpo dell’uomo non fosse lasciato in pasto a cani e uccelli rapaci, altrimenti la sua psyché – la parte invisibile che lo accompagnava durante la vita e che usciva dalla sua bocca nel momento in cui esalava l’ultimo respiro – non avrebbe potuto raggiungere l’Ade, il regno delle ombre; sarebbe stata allora costretta a vagare senza posa e a diventare uno spettro malefico e terribile per gli uomini.

La mancata sepoltura era dunque una delle pene peggiori che si potevano infliggere a un uomo. Ecco perché quando un compagno era ucciso, la prima preoccupazione degli opliti più generosi era quella di non abbandonare il cadavere alla mercé dei nemici, anche a costo della propria vita.

Per prima cosa il cadavere era lavato, unto con balsami e avvolto in un sudario, una tela appositamente predisposta; poi il defunto era esposto su una barella o un catafalco.

Ai lati della salma si disponevano successivamente i cantori, i parenti, gli amici e, soprattutto, le donne della famiglia. Queste intonavano il lamento funebre, un canto di  lutto a voci alternate a cui faceva eco il coro di gemiti e di pianto di tutti i presenti.

Il periodo dell’esposizione del defunto, pròthesis, poteva variare. Nel caso di una lunga esposizione, come per la morte di un re o di grandi personaggi, si procedeva a una forma di imbalsamazione seppur provvisoria.

Al termine del periodo fissato si celebrava un sacrificio in onore del defunto. Il sangue degli animali uccisi era cosparso intorno alla salma, mentre le carni erano utilizzate per il banchetto funebre.

Seguiva il rogo e il tumulo. Il cadavere era quindi posto su un carro a quattro ruote e portato al luogo della sepoltura accompagnato da un corteo di donne piangenti e da una lunga fila di carri di guerrieri.

I parenti prossimi erigevano il rogo sul quale collocavano la salma. Poi sacrificavano alcuni animali, con il grasso dei quali cospargevano il cadavere; attorno a esso erano posti anche vasi di miele e ampolle d’olio. La pira era quindi incendiata. Quando tutta la legna era consumata, le braci erano spente con il vino. Le ossa erano poi raccolte, cosparse con strati di grasso e deposte in un’urna.
L’urna, avvolta in un drappo, era calata in una fossa, poi sigillata con grandi lastroni di pietra. Sopra di questi si gettava la terra a formare un tumulo sul quale poteva essere eretta una stele.

Nei casi in cui era praticata, anziché il rogo, la sepoltura, la salma era calata in una fossa rettangolare e accanto al cadavere erano deposti le armi, i gioielli e utensili di uso comune. Talvolta sulla tomba era collocata un’urna senza fondo attraverso la quale pervenivano al defunto le offerte dei familiari e le libagioni di vino e di miele.

In onore del defunto potevano essere indetti giochi funebri, al termine dei quali erano consegnati ai vincitori ricchi premi messi in palio da parenti e amici.
I giochi funebri avevano il duplice scopo di celebrare la memoria del defunto e di esaltare la ricchezza e la potenza dei sopravvissuti che li avevano organizzati.