La donna spartana
Statuetta in bronzo di giovane donna spartana impegnata in una corsa, British Museum, Londra.

La donna spartana rispetto alla donna ateniese viveva una condizione di maggiore parità con l’uomo, perché entrambi erano assoggettati alle ferree regole del servizio allo stato. Sparta, infatti, puntava tutte le sue carte sulle attività militari e aveva necessità che la ristretta oligarchia dominante, gli spartiati, si riproducesse forte e robusta.

Per generare bambini sani, destinati a diventare guerrieri forti e coraggiosi – si diceva – era indispensabile che le donne avessero un corpo robusto, elastico e ben allenato. La donna spartana era perciò incoraggiata dallo stato a praticare sport (corsa, lotta, lancio del disco e del giavellotto) e a gareggiare [Leggi Le Olimpiadi nell’antica Grecia]. Alla donna spartana era persino consentito unirsi a più uomini (poliandria) per incrementare le nascite: un dato molto significativo per comprendere l’importanza che gli spartani assegnavano alla riproduzione.

La legge spartana stabiliva che alla donna morta di parto fossero riservati gli stessi onori che al soldato caduto in battaglia. La donna spartana era dunque partecipe di un ideale eroico: se il coraggio dell’oplita si manifestava pienamente nel momento della battaglia, quello della donna s’imponeva al momento del parto. La gloria del soldato risplendeva quando cadeva combattendo per la patria, quello della donna quando moriva partorendo un futuro oplita (per un approfondimento leggi Partorire e nascere nella Grecia Antica clicca qui).
E dunque se la legge spartana vietava di incidere sulle tombe il nome dei defunti (gli spartiati chiamavano se stessi homóioi, cioè “uguali”), questa stessa legge contemplava due eccezioni: gli uomini morti in guerra, le donne morte di parto.

L’addestramento atletico della donna aveva poi importanti conseguenze psicologiche: la donna spartana appariva molto fiera e poco disposta a farsi dominare dall’altro sesso. Teneva un comportamento austero e dignitoso anche quando con semplicità e senza alcuna malizia partecipava nuda (come i maschi) a gare sportive e ad alcune cerimonie religiose: una cosa assolutamente impensabile per la donna ateniese. Ma per la donna spartana, nella sua innocente naturalezza, l’esposizione del corpo si collegava a un ideale atletico. Le sue coetanee di Atene, di Corinto o di Mileto, se tenevano alla loro reputazione, dovevano restare in casa, dedicarsi ai lavori domestici, badare ai figli. Ma a Sparta la famiglia aveva un ruolo molto limitato: l’educazione dei bambini era affidata alla polis (per un approfondimento leggi Paideia, educazione nella Grecia antica clicca qui) e i mariti trascorrevano la loro esistenza in comunità con gli altri spartiati, spalla a spalla nell’esercito e nei sissizi, i pasti comuni nei quali ciascuno portava la sua quota di cibo. Era quindi inevitabile che la donna spartana godesse di una certa autonomia e indipendenza sconosciute a quella ateniese, come si vede anche dal fatto che poteva disporre dei beni propri.

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