partorire e nascere nella grecia antica

Partorire e nascere nella Grecia Antica – Le notizie di ostetricia antica (che i Greci chiamavano maieutica) sono fornite da alcuni scritti appartenenti al Corpus Hippocraticum (una cinquantina di trattati provenienti probabilmente dalla biblioteca di una scuola di medicina, variamente databili) e dal trattato Libro delle levatrici di Sorano, un medico di Efeso, vissuto nel II secolo d.C.

Partorire era molto rischioso per le donne, come per l’uomo andare in guerra. Molte morivano in seguito a emoraggie o ad altissime febbri puerperali. E così, quasi che partorire e combattere fossero due forme parallele di eroismo, un’antica legge spartana equiparava le donne di Sparta morte di parto agli eroi caduti in guerra. Erano queste le uniche categorie cui fosse concesso scrivere il nome sulle iscrizioni funebri.

In Grecia generalmente la donna partoriva seduta su una sedia che aveva al centro un’apertura a forma di mezzaluna, due braccioli, a cui ella si aggrappava per “spingere” e uno schienale duro. Poteva essere usato anche un semplice sgabello, privo sia dello schienale sia dei braccioli: in tal caso la levatrice o un’assistente al parto sorreggeva posteriormente la partoriente. Sorano di Efeso riteneva opportuno che la partoriente potesse vedere in volto l’ostetrica, le cui espressioni erano in grado di rassicurarla del buon andamento del parto (Libro delle levatrici).

Si hanno notizie di donne sottoposte alla «succussione ippocratica», consistente nel legare la partoriente a una panca (o a un letto) posta in posizione verticale che, al momento delle doglie, veniva sollevata e lasciata cadere su dei fagotti, con lo scopo di ammortizzare il colpo. Se la fase del travaglio durava a lungo e la donna era sfinita, veniva stesa su un lettino duro, in modo che il bacino fosse ben sostenuto per facilitare l’uscita del bambino.

Le donne partorivano aiutate dalle levatrici o ostetriche. La levatrice tagliava il cordone ombelicale con un coltello, con un pezzo di vetro o una canna affilata, lo legava con un filo di lana a doppio nodo, per prevenire le emoraggie. Controllava che il bambino fosse normale, esaminando bocca, ano, genitali, orecchie e la reazione al pianto. Nel caso di gravi malformazioni ne raccomandava l’esposizione, cioè l’abbandono. La pratica dell’esposizione era frequente soprattutto per le bambine, anche se sane, perché per loro il padre doveva assicurare la dote necessaria per darle in moglie (per un approfondimento leggi Matrimonio e divorzio nella Grecia Antica clicca qui).

Era considerata naturale la posizione fetale cefalica (dalla parte della testa). All’inizio della gravidanza, secondo i testi ippocratici, il bambino cresceva come una pianta, ossia con la testa in alto poi, al settimo mese, il peso gli faceva fare una capriola (le parti del feto sopra l’ombelico sono le più pesanti). Quindi se la gravidanza si svolgeva normalmennte, il feto doveva uscire con la testa in avanti. La posizione podalica (dalla parte dei piedi) era considerata di cattivo auspicio per il bambino.

Sulla sopravvivenza dei neonati prematuri i medici avevano un potere di intervento limitato e non restava che rivolgersi alle divinità protettrici. Esistevano infatti divinità che proteggevano il parto e la nascita. Ilizia, invocata come protettrice del parto e messa in relazione con Era e con Artemide, corrisponde alla Giunone lucina dei Romani. Nell’Iliade (dove è indicata con la forma plurale) le Ilizie sono le personificazioni delle doglie del parto, figlie di Zeus e di Era, che le invia o le trattiene a suo piacimento. Le più antiche sedi del culto furono Creta e Delo da dove poi si diffuse in molte città greche, in Etruria e in Egitto. Altre divinità legate comunque al parto e alla nascita erano le tre Moire, divinità del destino: Cloto, nome che in greco significa «io filo», che filava la trama della vita, Lachesi, che significa «destino», che avvolgeva il filo sul fuso, Atropo, che significa «inevitabile», che con le cesoie, lo recideva.