Abbiamo fatto l’Italia ora dobbiamo fare gli italiani, aveva affermato Massimo d’Azeglio. La frase è tramandata pure con qualche variante, del tipo: “L’Italia è fatta, facciamo gli italiani”; o anche: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.
Ad ogni modo, qual è il significato della frase attribuita a Massimo d’Azeglio?
Sul piano storico, fatta l’Italia, cioè realizzata l’Unità d’Italia nel 1861, il compito del nuovo Stato era quello, enorme, di fare gli italiani, di trasformare cioè genti diverse in una sola nazione, rendendo omogenee le diversissime realtà amministrative, economiche, sociali e culturali. Occorreva dunque costruire l’identità nazionale, la coscienza cioè di appartenere ad un’unica collettività.
L’unificazione italiana era infatti avvenuta per la combinazione di un’iniziativa dall’alto (guidata da Cavour e dai Savoia) e di un’iniziativa dal basso, rappresentata dalle insurrezioni e dalla spedizione garibaldina. Questo fenomeno aveva coinvolto qualche centinaia di migliaia di patrioti, soprattutto giovani, appartenenti a diverse classi sociali, ma la maggioranza del popolo italiano era rimasta indifferente o decisamente contraria.
Erano indifferenti al nuovo Stato milioni di contadini, che parlavano solo dialetto e vivevano in una condizione di estrema miseria, così come gli operai socialisti presenti nell’Italia settentrionale, per i quali il nuovo Stato era lo Stato dei padroni, che si opponeva alla conquista del diritto di voto. Del tutto contrari all’Italia unita erano poi i cattolici, perché il nuovo Stato italiano aveva usurpato il potere temporale dei papi.
«Per fare gli italiani» assai grave e delicato era il problema dell’unificazione linguistica, in uno Stato caratterizzato da altissimi tassi di analfabetismo e dal predominio di una miriade di dialetti locali, rispetto alla lingua nazionale (privilegio di una ristrettissima élite).
Nel «fare gli italiani» ebbe quindi un ruolo fondamentale la scuola, resa gratuita e obbligatoria fino alla seconda elementare dalla legge Casati (1859). Alla scuola lo Stato affidò la missione di diffondere la lingua nazionale, nota e comprensibile solo a una ristretta minoranza, e di formare una nuova generazione di italiani educati agli ideali risorgimentali di civiltà e progresso.
Contribuirono a costruire l’identità nazionale anche tre importanti personalità dell’Italia post-unitaria: Giosue Carducci, Giuseppe Verdi e Edmondo De Amicis, i quali attraverso la poesia, la musica e la narrativa seppero modellare l’identità nazionale, diffondendo ideali e valori condivisi e ponenendo le basi per una cittadinanza condivisa.
Oltre all’istruzione, al «fare gli italiani» contribuirono grandemente le feste patriottiche, i monumenti, i busti, le lapidi, così come il cambiamento della toponomastica urbana con l’intitolazione di piazze, vie e corsi ai grandi eroi che avevano unito l’Italia. In questo eccezionale contesto ebbe eccezionale rilievo il servizio militare obbligatorio con lo spostamento di migliaia di giovani in altre regioni, che per comunicare con gli altri non potevano usare il dialetto della loro zona, dovevano usare l’italiano. Non mancarono poi iniziative come l’istituzione di musei del Risorgimento, di parchi della rimembranza, di ossari, come a San Martino e a Solferino.
Rimanevano comunque da risolvere altri gravi problemi. Soprattutto l’arretratezza di gran parte dell’economia italiana e la sperequazione tra un nord più progredito e un sud ancora caratterizzato da rapporti economico-sociali di natura feudale (la cosiddetta questione meridionale) e il fenomeno del brigantaggio.
Non sfugge a nessuno come il compimento e il senso dell’unità nazionale sia per il nostro Paese una questione ancora aperta e spesso ridiscussa per via, soprattutto, della perdurante frattura tra Nord e Sud.

