La questione meridionale: divario tra nord e sud

La questione meridionale: riassunto di storia utile per prepararsi all’interrogazione, al compito in classe, ad un esame.

Ciò che in seguito fu definito questione meridionale era il disastroso divario tra il Nord e il Sud che emerse al momento dell’unificazione d’Italia e dal quale scaturì un vero e proprio problema nazionale.

Al momento dell’unità, questo divario si misurava sul piano della disponibilità di infrastrutture, della produttività agricola e dell’istruzione di base. Quando nel 1860 i piemontesi arrivarono nel Regno delle Due Sicilie si accorsero della profonda diversità economica, sociale e culturale dell’Italia, una realtà poco nota alla classe dirigente del Paese. Lo stesso Cavour non si era mai spinto a sud di Firenze.

L’immagine delle «due Italie» servì a giustificare le difficoltà che i nuovi governi incontrarono sul piano amministrativo, attribuendone le colpe al governo borbonico e all’indole degli abitanti, ponendo le basi per quello che sarebbe diventato lo stereotipo del meridionale pigro e corrotto.

Con il fenomeno del brigantaggio la questione meridionale assunse i caratteri di un problema di civiltà e fu vista come una questione sociale, che metteva in pericolo gli ordinamenti liberali e l’unità stessa.

Successivamente furono soprattutto le differenze economiche a segnare il divario fra il Nord, che si avviava con slancio sulla strada dello sviluppo industriale, e il Sud, le cui condizioni peggioravano per la crisi agraria che provocò una forte emigrazione (per un approfondimento leggi Gli Italiani nell’Italia unita).

Nel corso della crisi di fine ‘800, dalla Lombardia partirono le prime proposte di un «autonomismo territoriale» che doveva isolare e proteggere le zone economicamente più forti del paese. Riemerse la frattura ancora netta che esisteva tra il Nord e il Sud del paese e si espressero le incomprensioni e i risentimenti che il processo di unificazione aveva provocato.

L’asprezza della lotta politica raggiunse un livello tanto elevato che il quotidiano «Il Mattino» di Napoli, diretto da Edoardo Scarfoglio, in un articolo del 1895, minacciò la possibilità di una secessione del Sud dal Nord.

Ad alimentare il clima di ostilità contribuì anche il lavoro dell’antropologo e sociologo Alfredo Niceforo (1876-1960) che sosteneva la tesi dell’inferiorità razziale dei meridionali. La popolazione italiana veniva distinta in due ceppi razziali: arii e mediterranei, diversi anche psicologicamente. Per governare la penisola bisognava adottare due governi diversi: l’autonomia e il decentramento per il Nord e un sistema di governo accentrato per il Sud, incapace di autogovernarsi.

Contro questa ipotesi si schierò il deputato siciliano Napoleone Colajanni: negava la validità scientifica delle teorie razziste e ribadiva, inoltre, la necessità di creare una federazione italiana in cui fosse realizzato un ampio decentramento regionale e comunale. Solo la fine del centralismo poteva rompere il rapporto di corruzione e clientelismo che legava le popolazioni meridionali al potere centrale e ai gruppi dirigenti locali. La tesi di Colajanni, che anticipava quelle di altri meridionalisti (Salvemini, Sturzo, Dorso), cambiò l’impostazione della questione meridionale, che assunse un carattere politico.