eschilo
Eschilo, tragediografo greco

Eschilo è il primo dei tre maggiori tragediografi della Grecia antica, assieme a Sofocle e a Euripide.

Eschilo, di origine aristocratica, nasce nel 525 a.C ad Eleusi, non molto lontana da Atene.
Nel 490 a.C combatte nella battaglia di Maratona e probabilmente partecipa anche alla battaglia di Salamina del 480 a.C e quella di Platea nel 479 a.C.
Attorno al 484-484 a.C consegue la prima vittoria teatrale. Nel 472 a.C la vittoria ottenuta con la trilogia contenente i Persiani gli vale l’invito del tiranno Ierone di Siracusa. Nel 469 a.C ritorna in patria. Ottiene l’ultima vittoria teatrale con l’Orestea a Gela, in Sicilia, dove muore nel 456 a.C.

Sulla tomba Eschilo desidera un epigramma, dove venga ricordato più come combattente di Maratona che come drammaturgo.

Dagli antichi venivano attribuiti a Eschilo da 73 a 90 drammi. Sono sopravvissute intere solo sette tragedie: i Persiani, i Sette contro Tebe, le Supplici, Prometeo incatenato, Orestea (Agamennone, Coefore, Eumenidi).

Nelle opere superstiti, ad eccezione dei Persiani, unico dramma di Eschilo a trattare di un argomento contemporaneo, il mito diventa il punto di partenza per la discussione e la riflessione.
Il teatro di Eschilo ha un chiaro valore didascalico, ma si individua un incontro tra la vecchia e la nuova cultura. Infatti, se da una parte la tragedia diventa motivo di dibattito circa argomenti contemporanei quali la pólis, la giustizia, le riforme istituzionali o la guerra, dall’altro la cultura arcaica persiste.

Il teatro di Eschilo si inserisce in una profonda dimensione religiosa: una dimensione predominata da un ordine cosmico, il cui garante è Zeus, che punisce tutti coloro che rompono quell’ordine e quell’equilibrio. Il peccato più grande che l’uomo può commettere è ancora la hýbris, l’arroganza. La via di mezzo, il senso della misura è necessario. L’eccesso di felicità non è visto con occhio benevolo dal dio. E se ad essere punito non è l’individuo che l’ha commessa, lo saranno i suoi discendenti, perché la colpa è ereditaria.
Altri elementi costituivi di quella cultura di cui il teatro di Eschilo è permeata è la convinzione che chi versa del sangue a sua volta lo verserà e che imparare il retto comportamento è doloroso, il cosiddetto páthei máthos: l’uomo non deve lasciarsi sopraffare dal dolore, ma piuttosto sbagliando deve comprendere i suoi limiti e accrescere la conoscenza, di norma preclusa ai mortali.

Altro carattere del teatro di Eschilo è che i personaggi non conoscono la lacerazione del dubbio, ma l’angoscia dell’agire: non si interrogano sul proprio destino, ma lo accettano e in questo sta la loro libertà.

Il linguaggio di Eschilo è solenne, coerente con l’ambiente nel quale i suoi personaggi agiscono. Utilizza con grande maestria termini tecnici appartenenti ad esempio al linguaggio militare, ricorre a neologismi e al linguaggio lirico ed epico.

Un linguaggio che verrà celebrato e rimpianto in futuro da uomini come Aristofane nelle Nuvole.