Jean Jacques Rousseau (1712-1778), filosofo svizzero di lingua francese, è stato uno dei massimi filosofi dell’Illuminismo europeo. Il principio fondamentale del suo pensiero è l’innata bontà dell’uomo, corrotto dalla cultura e dallo sviluppo. Individua nella proprietà privata l’origine della disuguaglianza tra gli uomini e propone uno Stato fondato sulla sovranità popolare.
Rousseau vita e opere
Jean Jacques Rousseau nacque a Ginevra il 28 giugno 1712. Il padre Isaac era un modesto orologiaio, di fede calvinista ma anche di spirito e comportamento libertini; la madre Suzanne Bernard, morì di parto. «Costai la vita a mia madre, e la mia nascita fu la prima delle mie sventure», scrisse Rousseau nelle Confessioni, l’opera autobiografica.
In seguito a una rissa, il padre dovette lasciare Ginevra e Rousseau fu affidato al pastore Lambercier (1722). Ebbe così modo di dedicarsi agli studi, presto interrotti per la necessità di lavorare a Ginevra come scrivano e come apprendista incisore.
Avvilito per le ingiustizie e i maltrattamenti, una sera, recatosi fuori le mura per una passeggiata, trovandole chiuse al suo ritorno, decise di lasciare il lavoro e di dare inizio alla sua vita errabonda di pellegrino inquieto.
Madame de Warens e le prime passioni
Nel 1728 ad Annecy (Savoia) venne accolto da Madame de Warens, una vedova svizzera neoconvertita al cattolicesimo al soldo del re di Sardegna; da questa fu inviato a Torino per convertirsi al cattolicesimo.
Dopo un periodo di spostamenti tra la Savoia, il Piemonte e la Svizzera, durante i quali svolse umili lavori, nel 1734 tornò presso la de Warens, che gli fu amica, madre e amante. Ospitato a Les Charmettes, nelle vicinanze di Chambéry, studiò religione, filosofia, matematica e scienze. Immerso nella natura, negli studi e nell’amore, racconta di aver vissuto un tempo felice. Finì, però, l’incanto di un rapporto non privo di alti e bassi, esasperati, negli ultimi anni, da un nuovo favorito della de Warens.
Nel 1740 Rousseau si trasferì a Lione, dove lavorò come precettore dei figli di un magistrato, fratello dell’abate Mably e del filosofo Condillac. Due anni dopo era a Parigi, dove partecipò alla vita culturale e mondana della capitale. Ebbe così modo di conoscere artisti, scienziati e filosofi. Nel 1743 fu a Venezia come segretario dell’ambasciatore francese della città. L’anno dopo fu di nuovo a Parigi, dove conobbe D’Alembert, Diderot e Voltaire; ne derivò una lunga collaborazione all’Enciclopedia, per la quale curò le voci musicali.
Thérèse e l’abbandono dei figli
Nel 1745 conobbe Thérèse Levasseur, una giovane cucitrice semianalfabeta. Ebbero cinque figli tutti affidati, secondo un costume dell’epoca, all’ospizio dei trovatelli, sia perché d’intralcio ai suoi impegni sia in omaggio alla teoria di Platone dell’educazione della prole per opera dello Stato.
Le polemiche con gli Illuministi
Del 1750 è il Discorso sulle scienze e le arti, in cui Rousseau compì una serrata critica della società contemporanea, sostenendo che lo sviluppo delle scienze e delle arti corrompe la moralità della persona e ne soffoca la libertà. Del 1755 è invece il Discorso sull’origine e i fondamenti sulla disuguaglianza. Le sue visioni erano inaccettabili per gli altri filosofi, che potevano difficilmente sopportare una critica così radicale alla società civile, alle scienze, alle arti. Nel 1758 le aspre polemiche con Diderot, Voltaire e D’Alembert lo indussero a interrompere la collaborazione con l’Enciclopedia.
Negli anni successivi, scrisse Giulia o la nuova Eloisa (1761), Emilio o dell’educazione (1762) e il Contratto sociale (1762). Sia Emilio che il Contratto sociale furono condannati dalle autorità laiche ed ecclesiastiche e bruciati nelle pubbliche piazze. Rousseau fu attaccato tanto dai cattolici quanto dai calvinisti; rinunciò alla cittadinanza ginevrina e si trasferì a Moitiers nel 1762. Tuttavia, qui, la progressiva ostilità dell’ambiente calvinista assieme allo sdegno provocato da un libello anonimo, il cui autore (Voltaire) dipingeva Rousseau come un amico infido, un marito infame e un padre snaturato, provocò un linciaggio morale che ben presto diventò fisico.
La grandinata di sassi che in una sera del 1765 si abbatté sulla sua casa persuase Rousseau ad andarsene. Si rifugiò allora nell’isola di Saint-Pierre, ma fu espulso. Si recò di nuovo a Parigi.
Nel 1766 accettò l’ospitalità del filosofo e amico Hume e partì per l’Inghilterra, presto raggiunto anche da Thérèse. Ma, ormai psichicamente instabile e in preda ad una cronica mania di persecuzione, accusò il filosofo scozzese di cospirare con i suoi nemici contro di lui e fece ritorno in Francia, dove vagabondò da una città all’altra.
Il matrimonio con Thérèse e gli ultimi anni
Nel 1768 Rousseau sposò Thérèse; lavorò alle Confessioni (pubblicate postume, 1782-1789). Ormai stanco e ammalato, fu accolto dal marchese René-Louis de Girardin nel castello di Ermenonville, nella campagna a nord di Parigi. Qui morì il 2 luglio 1778, colto da un improvviso malore. Fu seppellito sull’isola dei Pioppi, in mezzo allo stagno del parco del marchese. Nel 1794 le sue ceneri vennero trasferite nel Panthéon di Parigi accanto a Voltaire.
Rousseau il pensiero
Rousseau è, assieme a Voltaire e Montesquieu, tra coloro che propagandarono e divulgarono le idee dell’Illuminismo. Tuttavia, Rousseau parte da una visione del mondo opposta rispetto a quella condivisa dalla maggior parte degli illuministi.
Rousseau e il progresso
Aveva avuto un’infanzia e un’adolescenza infelici, si riteneva un uomo malato ed era uno dei pochi a non credere nel progresso. Sosteneva, infatti, che sotto l’apparente evoluzione delle tecniche e dei costumi, la società europea era destinata a un rapido declino morale.
Lo stato di natura
Il punto focale delle sue ricerche è la disparità che separa ricchi e poveri, deboli e potenti. Egli ravvisa la felicità solo nello “stato di natura” in cui sono vissuti i cacciatori preistorici, accontendandosi di ciò che avevano e non avvertendo la necessità di farsi la guerra.
Tutto era cambiato – secondo Jean Jacques Rousseau – quando, trovandosi in un ambiente meno accogliente, per sopravvivere avevano inventato l’agricoltura, la metallurgia e la divisione del lavoro. I più industriosi avevano cominciato a rivendicare la proprietà della terra che lavoravano e da ciò erano nati i conflitti e le differenze sociali.
Il Contratto sociale – un nuovo patto fondato sul consenso di tutti
Poiché tornare allo “stato di natura” è impossibile, per superare questa situazione Jean Jacques Rousseau nella sua opera principale il Contratto sociale (1762) sostiene che è necessario almeno stabilire un nuovo patto fondato sul consenso di tutti, in cui ciascuno rinuncia ai propri particolari interessi in nome di quelli di tutti.
Non pensò di abolire la proprietà privata, ma di livellarla eliminando gli eccessi di ricchezza.
La democrazia diretta
Nascerebbe così una società basata « sulla subordinazione completa dell’individuo alle esigenze del bene comune», gestita attraverso una forma di democrazia diretta, in cui la sovranità appartiene al popolo e nessuno può essere delegato a esercitarla nel nome del popolo. A differenza di Locke e di Montesquieu, Rousseau è contrario alla separazione dei poteri, che indebolirebbe l’esercizio della sovranità: per essere veramente sovrano il popolo deve esercitare il potere direttamente, in assemblea.
Rousseau riteneva che questa forma di democrazia diretta fosse particolarmente indicata per le piccole comunità e infatti assunse come modello la sua patria, la Repubblica di Ginevra. Tuttavia, la sua riflessione divenne il punto di riferimento di molti pensatori democratici e rivoluzionari, mentre venne aspramente criticata dai pensatori liberali, che intendevano proteggere la libertà individuale dall’ingerenza del potere politico.
La sua concezione della società basata sulla volontà generale e sulla partecipazione attiva dei cittadini rimane un punto di riferimento per le teorie democratiche.

