Sebastien Bourdon, Morte di Didone, 1640.
Sebastien Bourdon, Morte di Didone, 1640.

Didone, personaggio per alcuni storicamente esistito, per altri leggendario, è la più nota e la più forte figura di donna della letteratura latina.

Didone è la protagonista della tragica storia d’amore narrata nel libro IV dell’Eneide di Virgilio.

Virgilio fa sua l’antica leggenda della figlia del re di Tiro che, rimasta vedova per mano del fratello, emigra in Africa con una parte della sua gente e vi fonda Cartagine, giurando di restare fedele alla memoria del marito assassinato.

A questo punto il poeta Virgilio – indotto dall’esigenza di giustificare il lungo scontro fra Roma e Cartagine (Leggi le Guerre puniche sul sito di Studia Rapido: la Prima, la Seconda e la Terza) – modifica e integra il racconto.

Didone ha accolto con cordiale ospitalità i Troiani erranti (Libro I Eneide) ed ha ascoltato da Enea la storia della caduta di Troia e delle successive peripezie (Libri IIIII Eneide). Venere – per assicurare protezione al figlio – ha fatto sì che Didone si innamorasse di Enea.

Didone si abbandona alla passione, incoraggiata anche da sua sorella Anna. Anna ricorda a Didone il piacere dell’amore e dei figli, sostiene che i morti – come Sicheo (marito di Didone) – non hanno più né sensibilità né ricordi, le propone di considerare anche le considerazioni realistiche sull’opportunità politica di un’alleanza con Enea.

Anche Giunone favorisce l’unione fra Didone ed Enea, nell’intento di far fallire la missione dell’eroe; nasce dunque la relazione fra i due amanti e Didone crede di aver trovato un nuovo compagno per tutta la vita.

La notizia si sparge fra i popoli confinanti. Iarba, figlio di Giove e pretendente respinto da Didone, lamenta col padre il fatto che gli dèi non rispettano chi è loro fedele e devoto: essi infatti consentono che Didone accolga nella sua reggia Enea e si unisca a lui ignorando i doveri verso l’ospite (Iarba stesso) che le ha generosamente concesso una parte del suo territorio per costruirvi una nuova città.

Giove allora invia presso Enea, come messaggero, Mercurio, che gli ingiunge di lasciare Cartagine e riprendere il suo viaggio. Enea se ne rattrista, ma conosce il suo dovere e prepara segretamente la partenza. Didone, però, intuisce tutto e, pazza d’amore, scongiura Enea di non partire. L’eroe è irremovibile, la regina lo insulta furibonda e matura la decisione di uccidersi. Ordina alla sorella Anna di approntare una pira per bruciare ogni ricordo legato ad Enea (le vesti, le armi, lo stesso letto nuziale) e potersi così liberare di ogni traccia del passato. Anna, che non sospetta le reali intenzioni di Didone, esegue i suoi ordini. Nel frattempo Mercurio appare in sogno a Enea e gli rinnova l’ordine di partire sollecitandolo ad affrettarsi; i sudditi della regina potrebbero rivalersi su di lui. La flotta quindi salpa, mentre Enea soffoca i suoi cupi presentimenti.

Quando vede le navi troiane che si allontanano nella notte verso il mare aperto, Didone sale sulla pira e lancia una terribile maledizione: che i discendenti del suo popolo e quelli del popolo troiano siano per sempre nemici irriducibili. Poi si lascia cadere sulla spada di Enea (Libro IV, vv 584-670).
La sorella Anna, informata del suo gesto, accorre disperata e trova Didone rantolante. Giunone, impietosita, per mettere fine all’agonia e alle sofferenze della sfortunata regina, invia Iride a tagliare dalla sua chioma il capello di Dite, che simboleggia il legame con l’esistenza terrena. Didone esala così l’ultimo respiro (Libro IV, vv. 672-705).

Nel Libro VI Enea, disceso agli Inferi per farsi raccontare il futuro glorioso di Roma, s’imbatte nello spettro di Didone e, intenerito, tenta qualche giustificazione; ma lei lo guarda sdegnosamente e poi, senza avergli rivolto una parola, si dilegua. Un epilogo degno della grandezza di Didone.