odisseo
Il volto di Ulisse, particolare, dal gruppo scultoreo "Accecamento di Polifemo", copia romana eseguita da Agesandro, Polidoro e Atanadoro da un originale del II secolo a.C., marmo (gesso e resina per le parti ricostruite), Sperlonga (Latina), Museo Archeologico

Odisseo: il mito

Odisseo (l’Ulisse dei Latini) nasce a Itaca, presso le coste occidentali della Grecia, da Laerte e Anticlea (anche se, secondo una tradizione, Anticlea avrebbe dato alla luce Odisseo dopo essere stata sedotta da Sisifo, fondatore di Efira, l’antica Corinto, e prima della sua unione con Laerte).

Odisseo: nei poemi omerici, Iliade e Odissea

Nell’Iliade Ulisse è l’eroe accorto, abile nella parola, capace di prendere rapide e coraggiose decisioni, audace, ma soprattutto uomo dalle mille astuzie. E ancora: uno dei condottieri che guidarono l’esercito greco alla conquista di Troia.

L’Ulisse, protagonista del secondo poema di Omero che, dal nome greco dell’eroe, Odysseus, trae il titolo (Odissea), è anche curioso, dominato da un profondo desiderio di conoscenza.
Diversamente dagli altri eroi guerrieri dell’Iliade, egli non è spinto all’azione dalla ricerca dell’onore o della gloria, ma dal desiderio di tornare in patria, di riabbracciare i suoi cari e di riprendere il ruolo che gli compete. E dunque nell’Odissea si narrano i viaggi e le avventure per mare che Odisseo compie insieme ai compagni dopo aver lasciato Troia, incendiata e sconfitta definitivamente proprio grazie allo stratagemma del cavallo di legno, ideato da Odisseo: dalla terra dei Lotofagi (mangiatori di loto, fiore dell’oblio) a quella dei Ciclopi, al paese dei Lestrigoni, all’isola della maga Circe, alla lunga permanenza presso la ninfa Calipso, fino ad arrivare all’isola dei Feaci.
Finalmente tornato ad Itaca sotto le spoglie di un mendicante, vi trova i Proci, che cercano di ottenere la mano di Penelope, sua moglie, per impossessarsi del regno. Rivelata la sua vera identità, Odisseo sconfigge i Proci e torna a governare su Itaca.

Odisseo: quando e come muore?

Nel libro XI dell’Odissea, l’indovino Tiresia profetizza a Odisseo il suo futuro: una volta uccisi i Proci, ripartirà per terre lontane; giungerà in una terra così lontana dal mare che gli abitanti non conoscono la funzione del remo; allora potrà fermarsi e offrire sacrifici a Poseidone. Quindi tornerà a Itaca, offrirà sacrifici a tutti gli dèi e una lieta morte «verrà fuori dal mare» durante la sua serena vecchiaia.

Secondo altre versioni pervenute, dopo aver ucciso i Proci, Odisseo viene condannato ad allontanarsi per altri dieci anni e andare in Epiro a purificarsi e a fare sacrifici per chiedere il perdono di Poseidone. Nel frattempo Telemaco avrebbe regnato su Itaca e i parenti dei principi che ne avevano sperperato gli averi avrebbero versato un tributo annuale come risarcimento.

Odisseo, dopo aver chiesto e ottenuto il perdono di Poseidone, torna a Itaca dove Penelope regnava in nome di Telemaco perché un oracolo aveva predetto che Odisseo sarebbe morto per mano del proprio figlio. Telemaco, allora, si era recato in esilio volontario a Cefalonia.

Ma la sorte ha voluto che non fosse Telemaco a uccidere Odisseo, bensí Telegono, il figlio che l’eroe aveva avuto dalla maga Circe. Telegono, infatti, andando alla ricerca di suo padre, è giunto a Itaca e ignorando che quella fosse la terra di Odisseo, inizia a saccheggiarla: cosí Odisseo è costretto a guidare una spedizione contro. Telegono lo uccide con l’aculeo di una razza infisso su una lancia per poi venire a sapere che si tratta di suo padre; secondo la legge, Telegono espia il delitto commesso andando in esilio per un anno. Al suo ritorno sposa Penelope, mentre Telemaco prende in sposa Circe.

Presente in vario modo in alcuni dei pilastri della letteratura classica greca e latina, dalle tragedie di Sofocle ed Euripide, all’Eneide di Virgilio, alle Metamorfosi di Ovidio, il mito di Ulisse torna nella straordinaria versione dell’Inferno di Dante (canto XXVI).

Il mito di Ulisse in Dante

Dante non conosceva direttamente il poema di Omero, ma solo la diffusione del mito nella letteratura latina. A differenza dell’eroe omerico, l’Ulisse dantesco non ritorna in patria. Il desiderio di rivedere Itaca, di abbracciare la moglie e il figlio, non è sufficiente a distorglielo dalla brama di conoscere nuove terre e nuovi popoli. E così, continuando il racconto fatto da Ovidio nelle Metamorfosi, Ulisse ripartì da Gaeta, dove risiedeva presso la maga Circe e, ricordando ai compagni di non essere nati «a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza», li infiammò al punto tale che «a pena poscia li avrei ritenuti». Ma quel viaggio fu una follia; l’eroe, dimentico di essere una semplice creatura, osò oltrepassare i limiti invalicabili imposti all’uomo: le colonne d’Ercole, presso lo Stretto di Gibilterra. Giunto lì vicino esortò i compagni a superarle per seguire il loro desiderio di conoscenza; ed essi, incoraggiati, così fecero. Avevano già avvistato, in lontananza, un monte (il Purgatorio), quando si levò un turbine: allora la nave si capovolse e tutti, miseramente, affogarono (è la giusta punizione per chi, come Ulisse ha osato oltrprepassare i limiti invalicabili imposti all’uomo da Dio). Per un approfondimento leggi Ulisse nell’Inferno di Dante, parafrasi e commento.

Il mito di Ulisse nella letteratura moderna

Da Dante in poi la letteratura ritorna più volte a riscrivere le vicende di Ulisse.

Claudio Monteverdi (1567-1643), autore del primo melodramma moderno, ha dedicato all’eroe greco l’opera Il ritorno di Ulisse in patria (1640), in cui grande rilevanza ha il punto di vista di Penelope.

Uno dei sonetti più celebri di Ugo Foscolo, A Zacinto (1803), è costruito sull’identificazione tra l’eroe greco e il poeta.

Il poeta romantico inglese Alfred Tennyson (1809-1892) è autore di un celebre monologo lirico intitolato Ulysses [Ulisse] (1842). In esso il poeta, rivisitando il mito di Ulisse, ne dà una versione diversa sia da quella omerica sia da quella dantesca. Il suo Ulisse ritorna a Itaca, ma la tranquillità del focolare, la monotonia di una vita in un’isola inospitale in mezzo a «gente selvatica», lo mettono in agitazione, per cui l’eroe è preso dalla voglia di ripartire. Allora, come l’Ulisse di Dante, riprende l’avventura alla scoperta di terre e uomini sconosciuti, però l’opera si conclude con l’invito ai compagni a essere «… duri/sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai» e il viaggio non si conclude con un naufragio, perché il poeta non vuole proporre un esempio di “superbia” punita, ma esaltare l’anima avventurosa dell’uomo, il suo coraggio.

Nel Novecento l’eroe greco diventa inquieta figura dell’uomo moderno. Giovanni Pascoli (1855-1912) dedica ad Ulisse uno dei Poemi Conviviali, L’Ultimo Viaggio: sono passati nove anni dal ritorno a Itaca, ma l’Ulisse di Pascoli rimane ancorato al ricordo delle grandi avventure vissute e dei grandi personaggi incontrati. Riprende quindi il mare e percorre a ritroso il viaggio dell’Odissea. Ma i suoi ricordi non corrispondono più alla realtà. Naufraga presso l’isola delle Sirene e il suo corpo è trasportato dal mare sull’isola di Calipso. Le avventure dell’Ulisse omerico erano dunque frutto delle illusioni giovanili, svanite queste la realtà appare in tutta la sua amarezza.

Gabriele d’Annunzio (1863- 1938), nelle Laudi (1903) ha invece fatto di Ulisse un moderno superuomo, un individuo dalle doti straordinarie, che si eleva al di sopra della massa e disprezza ogni pericolo.

Ancora in ambito poetico occorre ricordare l’Ulisse di Umberto Saba (1883-1957), protagonista dell’omonima poesia tratta dalla raccolta Mediterranee (1946), il cui «non domato spirito» ne fa una proiezione dell’inquietudine del poeta e del suo «doloroso amore» per la vita.

Infine ricordiamo l’Ulisse di James Joice (1882-1941). Il romanzo racconta in parallelo la giornata di Leopold Bloom e quella di Stephen Dedalus, riedizioni rispettivamente di Ulisse e di Telemaco, che vagano per Dublino fino a incontrarsi e a restare insieme sia pure per poche ore. Come l’Ulisse del mito omerico, Leopold cerca di ricongiungersi a un figlio, Telemaco, rappresentato nel romanzo da Stephen Dedalus, un giovane intellettuale. In realtà Leopold ha avuto un figlio morto bambino e inconsciamente cerca un nuovo figlio, esattamente come Stephen è alla ricerca inconscia di una figura paterna.