iliade libro ventiduesimo riassunto
Achille trascina il corpo senza vita di Ettore. Affresco del XIX secolo nel palazzo dell'Achilleion a Corfù, Grecia

Iliade Libro Ventiduesimo. Riassunto del Libro Ventiduesimo dell’Iliade. La morte di Achille.

Il libro ventiduesimo dell’Iliade si apre con l’immagine immobile e solitaria di Ettore. Egli, a differenza degli altri Troiani, resta fuori dalle mura di Troia per affrontare Achille.

Intanto il dio Apollo si rivela ad Achille. Questi si adira per essere stato ingannato e torna verso la città.

I genitori di Ettore – Priamo ed Ecuba – dall’alto delle mura cercano invano di convincere il figlio a rientrare, a non esporsi a un duello impari.

Priamo ricorre a tutti i possibili argomenti per convincere il figlio a rientrare. Ettore continuerebbe a garantire la salvezza del popolo, eviterebbe di dare al suo nemico una gloria grandissima, godrebbe del bene della propria vita, darebbe appoggio e felicità ai vecchi genitori. Se invece morisse nel duello, cosa più che probabile, la città andrebbe conquistata e poi saccheggiata. Il vecchio re dovrebbe assistere al massacro di figli e nipoti, al rapimento delle figlie e delle nuore. Infine morirebbe miseramente e resterebbe insepolto nella reggia devastata, preda dei propri cani inferociti.

Ecuba chiede anch’essa protezione, ma soprattutto vorrebbe evitare al figlio il rischio tremendo della morte e della mancata sepoltura. Il corpo verrebbe sbranato dai cani e né la madre né la moglie potrebbero dargli il compianto funebre, segno d’affetto e d’onore per il morto e ultima consolazione per le donne più legate a lui.

Ettore rimane irremovibile. Ma in un drammatico soliloquio rivela l’angoscioso dilemma in cui si trova.

Una similitudine paragona l’atteggiamento di Ettore, che non desiste dal suo proposito di attendere Achille, a quello di un serpente che, attorcigliato intorno alla sua tana, aspetta l’attacco di un uomo, pronto a colpirlo col suo veleno. Inizia qui un lungo e complesso soliloquio, nel quale l’eroe esamina la situazione e si chiede cosa sia meglio fare.

Polidamante, l’indovino figlio di Pantoo, la sera precedente aveva proposto ai soldati troiani di ritirarsi dentro le mura, mentre Ettore era di parere opposto. Se ora fosse proprio lui a rientrare, senza aver affrontato Achille come aveva promesso, e dopo aver provocato indirettamente la morte di molti concittadini, Polidamante avrebbe tutti i motivi per accusarlo di viltà e incoerenza, distruggendo il suo onore.

Ettore ammette chiaramente, tra sé, di aver sbagliato e di essere responsabile della rotta del suo esercito; prova vergogna di fronte agli uomini e alle donne di Troia.

Qualunque sia l’esito del duello, esso salverebbe l’onore di Ettore. Ma, come gli hanno ricordato poco prima i suoi genitori, la sua morte provocherebbe conseguenze gravissime per l’intero popolo e per i familiari.

Ettore si chiede se non gli sia possibile trattare la resa di Troia. Egli potrebbe promettere la restituzione di Elena e dei suoi beni, e insieme la cessione agli Achei della metà dei beni racchiusi nella città. Ma si rende conto che trattare la resa con Achille non è possibile, perché il suo avversario desidera ardentemente ucciderlo per vendetta e lo farà in ogni caso, anche se lo vedrà disarmato. Inoltre, per Ettore, essere ucciso senza le armi e senza resistere sarebbe un disonore, significherebbe non essere più un guerriero.

Ettore si dice che non è certo possibile avere con Achille, assetato di vendetta immediata e furiosa, una conversazione pacata, che proponga un patteggiamento. Questi discorsi lunghi e sereni si possono fare solo tra persone che non si odiano, anzi magari si amano, come ragazzi e ragazze.

Ettore alla fine sceglie il confronto duro delle armi anziché un’impossibile conciliazione e spera ancora che l’esito del duello non sia del tutto scontato. Quando però vede Achille, terribile nel balenìo delle sue armi e nella sua ira, ha paura e fugge. Per tre volte, inseguito da Achille, percorre il perimetro esterno delle mura.

Zeus si addolora per la sorte di Ettore e si chiede per un momento se non sia possibile salvarlo. Atena, però, gli ricorda l’ineluttabilità del destino. Zeus allora pesa sulla bilancia d’oro i destini dei due avversari. Il piatto che contiene la sorte di Ettore declina verso l’Ade.

Mentre Apollo abbandona Ettore, Atena conferma ad Achille il suo appoggio: agiranno insieme contro Ettore, ottenendo entrambi la vittoria sul nemico, mentre Apollo ormai non può più fare nulla. Si avvicina poi a Ettore, assumendo l’aspetto di suo fratello Deifobo accorso dalle mura per aiutarlo. Atena/Deifobo non solo gli promette un appoggio pratico (che poi verrà meno nel momento decisivo), ma lo invita a usare ampiamente la lancia, perché già la dea pensa a come potrà disarmare l’eroe.

Ettore, così rassicurato, si ferma per affrontare Achille. Prima di iniziare gli propone un patto: in caso di vittoria ristituirà il corpo di Achille agli Achei, e chiede ad Achille di impegnarsi a fare altrettanto. Solo le armi saranno bottino e trofeo del vincitore. Ma per Achille, certo della propria superiorità e vittoria, nessun patto è possibile. Afferma che ci sarà un duello all’ultimo sangue e il dio della guerra Ares potrà nutrirsi del sangue dei guerrieri, placandosi con esso. Inoltre, uccidendo Ettore, Achille vendicherà la morte di Patroclo e quella degli altri compagni caduti sotto la lancia dell’eroe troiano.

Achille scaglia la lancia contro Ettore, che riesce ad evitare il colpo, mentre Atena la restituisce di nascosto ad Achille. Ettore scaglia a sua volta la lancia, ma lo scudo divino non può essere trafitto da una lancia umana, anzi la fa rimbalzare lontano, in proporzione alla forza impressa nel lancio.

Ettore chiede un’altra lancia ad Atena/Deifobo, che è invece scomparso. Ettore capisce che la sua sorte è segnata. Sguaina la spada e si getta contro Achille. I due eroi si gettano l’uno contro l’altro con la stessa determinazione.

Lo splendore della lancia di Achille che provoca il ferimento fatale di Ettore, è illustrato dalla similitudine con la stella di Espero, cioè il pianeta Venere, l’astro più bello del cielo.
Ma anche Ettore indossa armi eccezionali, quelle donate ad Achille dagli dèi e da Ettore sottratte a Patroclo. La lancia però colpisce Ettore alla gola, unico punto lasciato scoperto dall’armatura.

Ettore, ora in fin di vita, rivolge ad Achille una richiesta diversa da quella contenuta nel patto iniziale: la restituzione del corpo ai genitori a seguito del pagamento di un riscatto, come per un prigioniero. Ma Achille rifiuta la proposta: lascerà che i cani e gli uccelli divorino il corpo di Ettore. Anzi, per sottolineare il suo odio smisurato, dichiara di voler divorare personalmente le carni del nemico.

Ettore, morendo, risponde che conoscendo l’inflessibilità del suo cuore di ferro, prevedeva questa risposta e, poi, preannuncia l’imminente morte di Achille per mano di Apollo e di Paride e lo ammonisce a non suscitare l’ira divina con l’eccesso dell’accanimento contro il suo corpo.

Ettore è morto e Achille si dichiara pronto ad accettare la propria fine, poi spoglia il nemico delle armi. I Greci accorrono ad ammirare la bellezza del corpo del caduto, ma infieriscono su di lui con colpi di lancia e parole sprezzanti.

Achille propone agli altri capi achei l’assalto della città, perché ora i Troiani sono atterriti e disorientati. Subito dopo, però, cambia idea: in realtà non gli interessa la fine di Troia, ma desidera intensamente celebrare i riti funebri per Patroclo. Prima però compie l’ultimo atto atroce di vendetta: lega per i piedi il corpo di Ettore al carro e lancia i cavalli in corsa, trascinandolo nella polvere.

Ecuba e Priamo reagiscono allo spettacolo atroce levando urla strazianti. Il vecchio re vorrebbe addirittura uscire dalle mura per tentare di far cessare lo scempio e pensa di commuovere Achille ricordandogli il vecchio padre Peleo. Viene trattenuto a stento. Tutta Troia è in lutto, in preda alla disperazione.

Andromaca, la giovane sposa, non sa ancora nulla. È immersa in lavori tranquilli nel cuore della sua casa. Quando sente l’urlo di dolore della suocera, comincia a temere il peggio e in preda all’ansia si precipita verso la torre. Vede il corpo del marito trascinato senza pietà verso le navi achee e cade svenuta. Quando si riprende, soccorsa dalle cognate, prorompe in un irrefrenabile lamento.

Il racconto continua con Iliade Libro Ventitreesimo riassunto