apollo
Apollo del Belvedere. Copia romana da originale in bronzo (seconda metà del IV secolo a.C.), marmo h 224 cm. Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Pio-Clementino.

Apollo era figlio di Leto (Latona per i Romani) e Zeus, e fratello di Artemide.

Era, venuta a conoscenza del tradimento di Zeus, prese a perseguitare Leto, che fu così costretta a vagare di terra in terra alla ricerca di un luogo che la accogliesse per poter partorire. Finalmente raggiunse Delo, l’isola vagante sul mare, e qui partorì prima Artemide e poi Apollo. Da quel momento Delo si coprì di fiori e Poseidone fissò l’isola con due immense colonne, in modo che non potesse più muoversi. Le ninfe avvolsero Apollo in fasce candide e gli misero una cintura d’oro; Temi lo nutrì al posto della madre con ambrosia e nettare.

Poco tempo dopo la sua nascita, Apollo, che era già diventato un adolescente bello e forte, dovette combattere contro il serpente Pitone, perché insidiava sua madre Latona. Lo inseguì fin nel tempio nel quale dimorava, lo colpì e lo fece precipitare in fondo a un carpaccio. La caverna del serpente Pitone divenne il più famoso oracolo di tutto il mondo antico, l’oracolo di Delfi.

Dopo l’accaduto, Zeus gli ingiunse di sottoporsi al rito di purificazione, come erano costretti a fare tutti coloro che avevano ucciso in un luogo sacro.

Apollo era tanto bello che gli antichi lo identificarono con il Sole. I capelli biondi, l’arco, la faretra, le frecce, la cintura, i calzari e, infine, il carro, erano tutti d’oro.
Divinità solare, dio della poesia e della medicina, lo era anche della musica e sull’Olimpo allietava le altre divinità con il suono della cetra e con il suo piacevole canto.
Apollo veniva rappresentato anche armato di arco e frecce, per quanto egli non fosse un dio propriamente guerriero.

Qualche volta Apollo provocò involontariamente la morte e la metamorfosi di creature che gli erano particolarmente care. È il caso di Dafne, ninfa dei boschi, generata dal fiume Peneo e da Gea, la Madre Terra. Quando Apollo la vide se ne innamorò all’istante; la timida Dafne prese a fuggire e Apollo a inseguirla per dichiararle il suo amore. Dafne invocò il padre Peneo perché l’aiutassse e questi la tramutò in una pianta d’alloro. Apollo promise che, d’allora in poi, l’alloro sarebbe diventato la pianta a lui più cara e decise che i suoi sacri rami fronzuti sarebbero stati destinati a cingere il capo dei più valorosi guerrieri e maggiori poeti. (Leggi sul sito Studia Rapido Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini).

Anche Giacinto, un giovane spartano, al quale il dio voleva insegnare il lancio del disco, fu vittima di Apollo, perché quando il dio lanciò il suo disco, questo fu deviato da Zefiro, geloso della loro amicizia; quando il disco ricadde sulla terra colpì a morte Giacinto. Dal suo sangue versato sulla terra nacque il fiore che ne porta il nome.

Solo una volta Apollo incorse nell’ira di Zeus, quando anch’egli si unì al gruppo di divinità che tramavano per detronizzarlo. Allora Zeus mandò Apollo a Fere, come custode delle greggi del re Aduncto, perché espiasse la sua colpa. Apollo ubbidì e colmò di favori il suo ospite mortale.

Anche i Romani amavano e onoravano un Apollo che presentava le stesse caratteristiche di quello greco. A Roma furono istituiti giochi pubblici in onore di Apollo, i Ludi Apollinares.
Al tempo dell’imperatore Augusto Apollo fu onorato con la costruzione di uno splendido tempio sul Palatino in segno di ringraziamento per la vittoria romana nella battaglia di Azio.