i gladiatori
"I gladiatori nel circo", mosaico di età imperiale, Galleria Borghese, Roma

In occasione di festività religiose e di particolari eventi politici i Romani organizzavano grandi spettacoli pubblici (ludi) che prevedevano gare sportive, combattimenti tra gladiatori (ludi gladiatorii o munera gladiatoria), rappresentazioni teatrali accompagnate da musica e canto (ludi scaenici), spettacoli di danzatori, mimi, giocolieri.

L’origine dei ludi gladiatorii – Secondo le fonti antiche, i ludi o giochi gladiatorii avevano un’origine funeraria e sarebbero derivati dall’uso di offrire sacrifici umani per placare i Mani, cioè gli spiriti dei defunti. Servio (grammatico latino, IV-V sec. d.C.) nel commento ad un passo dell’Eneide (10, 519), afferma: «Era costume che nelle tombe dei grandi uomini venissero uccisi dei prigionieri; dopo che quest’uso venne considerato crudele, si decise che davanti alle tombe combattessero dei gladiatori».
Col tempo, i Romani si affezionarono a questa usanza, che in seguito si svincolò dall’aspetto rituale, divenendo un vero e proprio spettacolo, che acquistò un’importanza sociale e politica sempre maggiore.

I ludi gladiatorii erano così particolarmente amati che verso la fine della Repubblica, e più ancora durante l’Impero, divennero anche un mezzo per assicurarsi il consenso elettorale.
Nei giorni precedenti i giochi gladiatori veniva fatta pubblicità e veniva affisso per la città il programma, in cui era evidenziato il nome di chi finanziava i giochi e il motivo per cui venivano fatti. Inoltre vi erano tutte le altre indicazioni: la data, l’ora, il luogo in cui si sarebbero svolti, il nome dei gladiatori ecc.

La sera prima, gli editores, ovvero i finanziatori dei giochi, offrivano ai gladiatori una cena libera, aperta a tutti, durante la quale ai morituri (coloro che stanno per morire) era permesso tutto e gli estranei avevano l’occasione di osservarli da vicino e valutarne le capacità fisiche per programmare le scommesse: malgrado queste fossero illegali, un grosso giro di denaro ruotava attorno ai combattimenti.

L’inizio dei giochi gladiatori era preceduta dalla pompa gladiatoria: la sfilata che faceva ingresso nell’arena era composta dal promotore dei giochi, dai littori e dai musicisti, dalle portantine con i premi dei vincitori, i simboli, le armi e infine dai veri protagonisti dei giochi, i gladiatori, i venatores e i condannati.
I giochi duravano dall’alba fino al tramonto, prolungandosi spesso in spettacoli notturni in una suggestiva arena illuminata da fiaccole.

Lo spettacolo prevedeva in genere più duelli in contemporanea e talvolta un combattimento a squadre. Quando un gladiatore finiva a terra ferito poteva chiedere la grazia al vincitore alzando il braccio. Quest’ultimo si rivolgeva al magistrato che presiedeva i giochi (o all’imperatore stesso, se presente), il quale di solito interpellava gli spettatori. Se il pubblico aveva apprezzato il coraggio e l’abilità del gladiatore perdente, gridava Mitte! (“Mandalo via!”) e lo sconfitto aveva salva la vita. Se invece la folla mostrava il pugno con il pollice rivolto in basso (pollice verso) e gridava Iugula! (“Sgozzalo”!) e il magistrato confermava il verdetto, la grazia era negata e lo sfortunato veniva ucciso.
Non tutti gli spettatori però apprezzavano le feroci esibizioni: il filosofo Seneca (4 a.C.-65 d.C.), ad esempio, riteneva che esse inducessero la folla a cattivi comportamenti.

Talvolta, oltre ai duelli, c’erano le venationes («cacce»), scontri fra gladiatori (detti bestiarii) e belve feroci, come pantere, tigri, elefanti, rinoceronti e orsi, che si concludevano sempre con un’ecatombe, come accadde quando l’imperatore Tito inaugurò il Colosseo: in un sol giorno vennero sacrificati oltre 5000 animali.

Venivano eseguite anche sentenze capitali, alle quali si cercava di dare una forma di spettacolo. La prima esecuzione documentata risale al 167 a.C., quando Lucio Emilio Paolo, detto il Macedone, dopo la vittoria su Perseo, re di Macedonia, fece calpestare dagli elefanti i disertori stranieri dell’esercito romano.
I condannati ad bestias inizialmente erano solo i disertori e i prigionieri di guerra, ma in seguito questo supplizio venne destinato anche ai criminali comuni e soprattutto ai cristiani.

I gladiatori non erano tutti uguali, ma si caratterizzavano per il modo di combattere e, di conseguenza, per il tipo di armamento utilizzato. Essi si distinguevano così:

– il retiarius, che con una rete e un tridente, come quello del dio Nettuno, doveva imbrigliare e gettare a terra l’avversario;
– il mirmillo, che con un elmo a forma di pesce (di orgine gallica) e uno scudo oblungo duellava in genere con il retiarius;
– il secutor (“inseguitore”) che inseguiva il retiarius armato di spada, elmo e scudo;
– il thrax (“il trace”) armato come un soldato trace, con uno scudo rotondo (parma) e una spada ricurva;
– l’(h)oplomachus (dal greco oplomàchos, “combattente con armi pesanti”), che indossava una robusta corazza di ferro e un elmo con visiera e brandiva una spada corta;
– il laquearius, che lanciava sull’avversario un lazo (laqueus), lo atterrava e poi lo strangolava;
– gli essedarii, che combattevano su un carro (essedum);
– il sagittarius, armato di frecce;

Ce n’erano molti altri. In generale, comunque, tutte le armature dei gladiatori erano appariscenti, di metallo lucente e spesso decorate, in modo da poter essere visibili anche da grande distanza, e le loro tuniche e stoffe erano policrome.

Ma chi erano i gladiatori? Oltre a persone condannate per qualche reato, erano schiavi o prigionieri di guerra. In qualche caso erano liberti o addirittura uomini liberi caduti in miseria.
È molto probabile che ci fossero anche veri e propri professionisti del combattimento: esistevano, infatti, scuole di addestramento (per esempio a Capua e a Pompei), nelle quali un ex gladiatore oppure un impresario (lanista) allenava i gladiatori in gruppi, detti familiae.

Nelle scuole veniva insegnato ai gladiatori anche come morire sull’arena: lo sconfitto doveva saper morire con dignità, porgendo volutamente la gola al vincitore, il quale con un gesto teatrale faceva roteare la spada prima di affondarla nel collo del vinto. E mentre il cadavere veniva trascinato via dall’arena da inservienti travestiti da Caronte, squilli di tromba salutavano il vincitore, che riceveva la palma della vittoria o una corona, insieme al premio in denaro.

Al gladiatore vittorioso dunque spettavano il benessere e il successo. Dopo molte vittorie, un gladiatore poteva addirittura ottenere il congedo: ma anche allora il successo era una droga, quindi capitava che preferisse rinunciare al congedo e continuare a combattere, malgrado l’altissima probabilità di rimanere uccisi.

In una scuola per gladiatori a Capua finì Spartaco. Questi nel 73 a.C. diede inizio a una rivolta, coinvolgendo nella fuga altri gladiatori, cui poi si unirono alcune migliaia di schiavi fuggiaschi.

La fine degli spettacoli gladiatori – Nel corso dei secoli gli spettacoli gladiatori erano stati innumerevoli e tutti cruenti e sanguinosi, spesso vere e proprie carneficine. Non solo la violenza era accresciuta, ma anche lo splendore e il fasto con cui erano organizzati: gli spettatori, infatti, volevano essere sempre stupiti e così si utilizzavano armature d’argento, animali esotici, coreografie spettacolari, musiche ed “effetti speciali”, macchine roteanti che movimentavano le scenografie, ascensori e piani mobili che facevano salire dai sotterranei gladiatori e animali in modo da riempire improvvisamente l’arena e così via.

Tuttavia anche questi giochi così amati dai Romani conobbero il declino: il cristianesimo non poteva tollerare questi cruenta spectacula, tanto più che la condanna più diffusa per i martiri cristiani era proprio la damnatio ad bestias.

Dal III sec. d.C. in poi la polemica contro gli spettacoli anfiteatrali si fece sempre più aspra, soprattutto con la nascita della letteratura cristiana: basti ricordare gli scritti di Tertulliano (De spectaculis, 12, 1-4), che equiparava i duelli tra gladiatori a veri e propri omicidi.
Lo svolgersi dei giochi gladiatori è comunque attestato da fonti epigrafiche, letterarie e archeologiche per tutto il IV secolo, ed anche se in rare e sporadiche occasioni, essi continuarono ad essere praticati fino al V secolo.