Persecuzione dei cristiani nell'impero romano
Ultime preghiere dei martiri cristiani (1875-1885). Dipinto di Jean-Léon Gérome, collocato presso Walter Art Gallery, Baltimora.

Il cristianesimo, sorto alla periferia dell’impero, grazie all’attività missionaria, si stava espandendo con le sue comunità in gran parte dell’impero di Roma.

Da parte pagana, all’inizio vi fu quasi una totale incomprensione. Plinio il Giovane, nelle sue lettere all’imperatore Traiano, gli storici Tacito nei suoi Annali e Svetonio nella sua Vite dei Cesari mettono bene in luce come l’aristocrazia, impegnata nella difesa della pietas e degli altri valori tradizionali (mos maiorum), vedeva nel cristianesimo una “superstizione depravata, smodata, straniera”.

Crescente era l’ostilità popolare nei confronti dei cristiani, completamente disinteressati alla vita civile e politica (per esempio i cristiani si rifiutavano di svolgere il servizio militare), che erano centrali, invece, per i cittadini romani. I cristiani, poi, non partecipavano ai culti tradizionali. Dalla pratica dei cristiani di chiamarsi “fratelli” e “sorelle” si propagò l’accusa che i cristiani praticassero l’incesto; dalla pratica della celebrazione della Santa Cena si diffuse la voce che praticassero pasti in cui si serviva carne umana (pasti tiestei) e omicidi rituali.

La prima persecuzione è quella di Nerone nel 64 d.C., ricordata da Tacito negli Annali. La prima persecuzione è causata dalla necessità dell’imperatore di trovare un capro espiatorio per allontanare l’accusa di essere responsabile dell’incendio di Roma.

Intorno al 112 sotto Traiano nelle province si verificano denunce contro i cristiani. L’imperatore impedisce che essi vengano ricercati d’ufficio ma, se qualcuno li denuncia (purché non nell’anonimato), ordina di catturarli e condannarli. Nel caso un accusato neghi di essere cristiano, deve darne prova.

Nel 250 con la presa di potere di Decio inizia un periodo di persecuzione durissima, in cui l’imperatore ordina che tutti i sudditi dell’Impero dimostrino la loro fedeltà alla religione dello Stato compiendo un sacificio agli dèi in presenza di una commissione. A chi sacrificava veniva dato un libello: una sorta di certificato di “buona condotta religiosa”. Per tutti coloro che si rifiutavano c’era la pena di morte.

Nel 257/258 Valeriano attacca l’organizzazione cristiana, colpendo i vescovi e confiscandone le proprietà.

Nel 260 c’è l’editto di Gallieno che prevede la restituzione dei beni; si ebbero una quarantina di anni  di pace.

Nel 303 la persecuzione dei cristiani ricomincia con Diocleziano, che considera il cristianesimo, che in Oriente  aveva raggiunto la sua massima diffusione, una potenziale minaccia per l’integrità dello Stato. Con Diocleziano avviene l’ultima persecuzione particolarmente lunga e violenta, tanto da essere in seguito definita la “grande persecuzione“. Diocleziano, infatti, dopo aver cacciato i cristiani che militavano nell’esercito, ordinò la distruzione delle Chiese cristiane, l’eliminazione dei libri sacri e impose, dapprima a tutti i ministri e ai membri della gerarchia e poi a tutti i cristiani, l’obbligo di compiere sacrifici agli dèi imperiali.

La situazione di estrema emergenza, che provocò molti martiri, durò fino al 311 quando Galerio (ca.250-311), anticipando le posizioni che saranno poi di Licinio (ca. 250-325) e Costantino, pose fine alla persecuzione, emanando l’editto di Serdica.

Con l’editto di Milano (313) di Costantino, per il cristianesimo, riconosciuto religio licita, si aprì la possibilità di professare liberamente il culto, di riunirsi nelle basiliche, ma anche di esercitare un’attività missonaria a tutto campo.
Con Costantino si realizzò quindi un nuovo rapporto tra Stato e Chiesa che vide, nel giro di pochi anni, il cristianesimo passare da religione permessa a religione favorita e, infine, con una serie di decreti  emanati da Teodosio I fra il 380 [Leggi Editto di Tessalonica]e il 392, a religione ufficiale di Stato dell’impero.

La trasformazione del cristianesimo in religione di stato ebbe come effetto il riconoscimento di una Chiesa cattolica universale e come conseguenza il costituirsi di un particolare intreccio tra Chiesa e Stato. L’assunzione di ruolo politico e il coinvolgimento nella sfera civile crebbero enormemente con il crollo dell’impero romano d’Occidente (la data convenzionale è fissata con la deposizione dell’imperatore Romolo Augustolo nel 476).
In seguito, con il persistere in Oriente dell’impero bizantino e con il costituirsi in Occidente dei regni romano-barbarici, si svilupparono due modalità diverse di concepire il rapporto Stato-Chiesa: nell’area orientale si affermò la tesi dell’identificazione fra Chiesa e Stato, mentre in Occidente si affermò la distinzione fra il potere temporale e quello spirituale.