martire cristiano dell'Impero di Roma
Martire sbranato dai leoni, mosaico, II sec. [Museo di El Djem, Tunisia]

Il martire, un eroe dell’impero romano

Chi erano i martiri cristiani dei primi secoli dell’Impero di Roma?

Durante l’impero di Augusto e di Tiberio, in Palestina iniziò la predicazione di Gesù. Dopo la sua crocifissione, il messaggio della nuova religione si diffuse abbastanza rapidamente. Trovò proseliti anche nella società romana, soprattutto negli strati sociali più umili.

Fino al II secolo, le autorità non avevano ancora ben compreso che cosa fosse il cristianesimo: era una variante dell’ebraismo? Una setta di fanatici? Una «perniciosa superstizione», come la definì Tacito? I governatori delle province, non sapevano cosa fare con i cristiani, data la mancanza di qualsiasi legislazione in merito.

Il cristianesimo incontrò presto l’ostilità degli imperatori: la predicazione dell’uguaglianza tra ricchi e poveri nonché tra liberi e schiavi e soprattutto il rifiuto di integrarsi nell’ordine sociale dell’impero (i cristiani si rifiutavano di venerare l’imperatore e di prestare servizio militare) disturbavano le autorità romane perché mettevano in discussione la struttura socio-politica di Roma.

Nel 111 d.C. il senatore Plinio il Giovane, governatore della Bitinia, scrisse a Traiano per chiedergli consiglio: erano arrivate molte denunce contro i cristiani e lui non sapeva come comportarsi. Doveva perseguitarli «per il solo nome», cioè per il fatto di essere cristiani, o in quanto colpevoli di determinati reati? Ma quali reati poi?
L’unico che venne in mente a Plinio era il fatto di costituire “società segrete”, per via delle riunioni all’alba e dei pasti in comune. Ma in definitiva, il cristianesimo pareva a Plinio solo un’assurda superstizione, nulla di veramente pericoloso.

La risposta di Traiano rivelò un certo imbarazzo: non si poteva fissare, disse, «una regola di carattere universale». L’unico criterio cui attenersi era quello della legalità: non bisognava perseguitare i cristiani in qualunque caso; non bisognava dare corso a denunce anonime; in caso di processo sarebbe stato condannato solo chi avrebbe insistito nel dirsi cristiano, rifiutando di sacrificare agli dèi.

Ci furono durante l’impero romano periodi di persecuzione più o meno violenta e numerosi cristiani scelsero di morire pur di non rinnegare le proprie convinzioni: sono questi i primi martiri. La parola mártyr, che in greco significa “testimone (di fatti)”, nel contesto cristiano indica il fedele, il quale, piuttosto di rinnegare la propria fede, sceglie di affrontare persecuzioni e processi che si concludono con una morte cruenta.

Nel periodo delle persecuzioni il martire rappresentò quindi una figura eroica, molto diversa da quella dell’eroe di epoca classica (da Ercole ad Achille), ma che condivide con questa alcuni aspetti importanti: il trionfare sulle avversità, il sopportare il dolore e la sofferenza, il non temere la morte.

La morte del martire era spesso un evento spettacolare. Dopo essere stati torturati nel corso del processo, i cristiani erano subito giustiziati o erano gettati nelle arene a combattere disarmati contro i gladiatori, o contro i leoni, i leopardi, gli orsi. Il popolo accorreva entusiasta a queste rappresentazioni, che non erano affatto considerate un atto di crudeltà gratuita, ma la normale punizione inflitta a criminali condannati dalla legge romana. Però, vi assistevano anche, con ben diverso sentimento, altri cristiani, che provavano grande ammirazione per quei coraggiosi confratelli che avevano deciso di morire pur di non rinnegare il nome di Cristo. Ogni buon cristiano avrebbe voluto imitare la perfezione del martire.

Avvenuto il martirio, i fedeli si riunivano sul luogo dell’esecuzione o della sepoltura per celebrare il sacrificio del martire. In quell’occasione il vescovo celebrante rievocava il comportamento eroico del martire, le cose che egli aveva detto davanti al magistrato romano, le parole con cui aveva affrontato la morte. Ogni anno, nella ricorrenza del martirio, la comunità tornava a riunirsi per rievocare l’episodio.

Il martire era una figura sociale più importante da morto che da vivo. Non solo il suo ricordo, ma anche il suo corpo era un bene prezioso. Già dopo le prime persecuzioni, i capi della Chiesa iniziarono a diseppellire i cadaveri dei martiri e a sminuzzarli in frammenti che venivano distribuiti alle varie comunità. Al sangue, alle ossa, alla pelle, alle ceneri del martire veniva attribuito un potere miracoloso.

Era poi indispensabile che il ricordo del martire e del suo sacrificio non andasse smarrito. Così, i racconti orali vennero redatti per iscritto, e andarono a costituire, già nel II sec., un genere letterario noto come «Atti e passioni dei martiri».

Il momento culminante di questi racconti è naturalmente il sacrificio, rappresentato non come la sconfitta di un essere umano sopraffatto dalla violenza altrui, ma come la vittoria di un eroe prescelto dal Signore.

In questi racconti le donne – cosa rarissima nella letteratura antica – rivelano doti di coraggio e di compostezza non inferiori a quelle degli uomini. Un esempio significativo dell’antica letteratura cristiana è la Passione di Perpetua e Felicita: il 7 marzo 203, nell’anfiteatro di Cartagine, all’epoca delle persecuzioni dell’imperatore Settimio Severo, la nobile Vibia Perpetua, madre di un bimbo di pochi mesi, venne uccisa all’età di 22 anni perché «colpevole di pregare il dio cristiano con altri fedeli in un luogo segreto». Di questo fatto dà conto il diario che la donna scrisse in carcere nei giorni precedenti l’esecuzione e che un redattore anonimo portò a conclusione, aggiungendovi il dettagliato resoconto del suo martirio e di quello della fedele schiava Felicita.