La crocifissione come strumento di supplizio e morte risale ai Persiani. Il metodo fu poi adottato dai Fenici e dai Cartaginesi, che la utilizzavano per punire i generali sconfitti. I Romani impararono la pratica dai Cartaginesi durante le guerre puniche (III-II secolo a.C.). La morte sopraggiungeva per soffocamento causato dalla compressione del costato e a tale scopo spesso le gambe del condannato venivano spezzate con una mazza o un martello. Fu l’imperatore Costantino, dopo la sua adesione al Cristianesimo nel IV secolo d.C., ad abolirla definitivamente.
La crocifissione presso i Romani
In età repubblicana, la morte per crocifissione era una pena riservata agli schiavi, ai prigionieri di guerra e ai rivoltosi. Il pensiero va subito ai seguaci di Spartaco crocifissi lungo la via Appia nel 71 a.C. Chiunque viaggiasse tra Capua e Roma poté vedere per giorni, ai lati della strada, i corpi sulle croci, straziati dagli animali predatori e dagli agenti atmosferici. Fu solo nella prima età imperiale che la crocifissione si aggiunse ai castighi previsti dalla legge per gli uomini liberi (anche se di condizione sociale inferiore).
La condanna a morte per crocifissione
Il giudice, riconosciuta la colpevolezza e pronunciata la condanna, dettava il titulus, cioè la motivazione della sentenza. Il titulus era appeso al collo del condannato, con l’indicazione delle sue generalità.
La flagellazione
Il condannato, prima di essere giustiziato, era frustato a sangue. Si utilizzavano strisce in cuoio o corda intrecciate con schegge di legno oppure ossicini di pecora che provocavano serie lacerazioni, ma non la morte, che doveva avvenire sulla croce.
Il cammino verso il luogo della crocifissione
Il condannato era poi condotto sul luogo dell’esecuzione, situato sempre fuori le mura cittadine. A scopo intimidatorio, il cammino verso il luogo della crocifissione passava per le strade e le piazze particolarmente frequentate, e il condannato veniva così esposto agli insulti e alle percosse della gente e dei soldati.
Il trasporto della croce
La parte verticale della croce, lo stipes («palo»), spesso si trovava già piantato al suolo, in modo permanente, mentre la parte orizzontale, il patibulum, era caricata sulle spalle del condannato, legata alle braccia. Il condannato la portava alla destinazione finale, dove si procedeva al vero e proprio montaggio della croce.
La morte per crocifissione: uno spettacolo per molti
Per i Romani, come per tanti altri popoli antichi e moderni, l’esecuzione capitale era anche uno spettacolo, che richiamava un gran numero di spettatori. Spesso la folla partecipava accanendosi sul condannato con insulti, percosse, pietrate.
Si è molto discusso se il reo fosse appeso con delle corde o inchiodato, ma l’uso dei chiodi è certo. I chiodi erano piantati nella linea di flessione del polso e non nel palmo della mano: le mani trafitte non potevano infatti reggere il peso del corpo.
Come avveniva la morte per crocifissione
La morte per crocifissione sopravveniva con estrema lentezza, per collasso cardiocircolatorio o per asfissia. Per respirare infatti il condannato doveva far leva sulle gambe; quando per la stanchezza, per il freddo, per il dissanguamento causato dalle ferite inferte il condannato non poteva più reggersi sulle gambe, cominciavano le difficoltà respiratorie.
Poteva anche accadere che sul corpo del moribondo si accanissero gli animali selvatici, come gli sciacalli, i lupi e gli avvoltoi. Allora se si voleva alleviare le sofferenze del condannato e affrettarne la morte, il carnefice gli spezzava le braccia e le gambe, in modo da provocarne il soffocamento.
La mancata sepoltura
La pena della morte per crocifissione stabiliva anche che il corpo del condannato restasse all’aria aperta, e che i suoi resti si disperdessero o venissero messi in fosse comuni. Da questo punto di vista, il caso di Gesù è un’eccezione dovuta per concessione di Ponzio Pilato e non per diritto, né per costume. Tuttavia, poteva accadere che i parenti della vittima prelevassero furtivamente il corpo per dargli degna sepoltura. Gli antichi attribuivano un’importanza enorme a questo aspetto, perché ritenevano che l’anima di un corpo insepolto fosse condannata a un’inquietudine eterna.
La morte per crocifissione fu abolita dall’imperatore Costantino agli inizi del IV secolo d.C., dopo la sua adesione al Cristianesimo. Sempre in questo periodo risale il presunto ritrovamento da parte di Elena, la madre dell’imperatore, della stessa croce di Gesù.
Le esecuzioni capitali nel diritto romano
Il diritto romano oltre alla morte per crocifissione prevedeva una grande varietà di esecuzioni capitali: la decapitazione, la fustigazione a morte, il rogo, la precipitazione dalla rupe Tarpea, la pena del sacco (inflitta a chi si era reso responsabile di parricidio. Il parricida era chiuso in un sacco assieme a un cane, un gallo, una vipera e una scimmia perché lo martoriassero mentre era trasportato su un carro fino al Tevere o al mare per esservi gettato), e altre ancora.

