morte per crocifissione
Lorenzo Lotto, Cristo portacroce, 1526, Parigi, Museo del Louvre

Il diritto romano prevedeva una grande varietà di esecuzioni capitali: la decapitazione, la fustigazione a morte, il rogo, la precipitazione dalla rupe Tarpea (la rupe a sud del lato meridionale del Campidoglio, a Roma, da cui venivano gettati i colpevoli di delitti contro lo stato), la pena del sacco (inflitta a chi si era reso responsabile di parricidio. Il parricida veniva chiuso in un sacco assieme a un cane, un gallo, una vipera e una scimmia perché lo martoriassero mentre veniva trasportato su un carro fino al Tevere o al mare per esservi gettato), la morte per crocifissione e altre ancora.

In età repubblicana, la morte per crocifissione era una pena riservata agli schiavi, ai prigionieri di guerra e ai rivoltosi: il pensiero va subito ai seguaci di Spartaco crocefissi lungo la via Appia nel 71 a.C. Chiunque viaggiasse tra Capua e Roma poté vedere per giorni, ai lati della strada, i corpi sulle croci straziati dagli animali predatori e dagli agenti atmosferici (per un approfondimento sulla rivolta schiavile guidata da Spartaco clicca qui).
Fu solo nella prima età imperiale che la crocifissione si aggiunse ai castighi previsti dalla legge per gli uomini liberi (anche se di condizione sociale inferiore).

Il giudice, riconosciuta la colpevolezza e pronunciata la condanna, dettava il titulus, cioè la motivazione della sentenza. Il titulus veniva appeso al collo del condannato, con l’indicazione delle sue generalità.
Il condannato, prima di essere giustiziato, doveva essere frustato a sangue. Venivano utilizzate strisce in cuoio o corda intrecciate con schegge di legno oppure ossicini di pecora che provocavano serie lacerazioni, ma non la morte, che doveva avvenire sulla croce.
Il condannato veniva poi condotto sul luogo dell’esecuzione situato sempre fuori le mura cittadine. Qui spesso si trovava già piantato al suolo, in modo permanente, la parte verticale della croce, lo stipes («palo»). La parte orizzontale, il patibulum, veniva invece caricata sulle spalle del condannato, legata alle braccia, che la portava alla destinazione finale, dove si procedeva al vero e proprio montaggio della croce.
Per i Romani, come per tanti altri popoli antichi e moderni, l’esecuzione capitale era anche uno spettacolo, che richiamava un gran numero di spettatori. Spesso la folla partecipava accanendosi sul condannato con insulti, percosse, pietrate.

Si è molto discusso se il reo venisse appeso con delle corde o inchiodato, ma l’uso dei chiodi è certo. I chiodi venivano piantati nella linea di flessione del polso e non nel palmo della mano: le mani trafitte non potevano reggere il peso del corpo.

La morte per crocifissione sopravveniva con estrema lentezza, per collasso cardiocircolatorio o per asfissia. Infatti per respirare il condannato doveva far leva sulle gambe; quando per la stanchezza, per il freddo, per il dissanguamento causato dalle ferite inferte il condannato non poteva più reggersi sulle gambe, cominciavano le difficoltà respiratorie. Poteva anche accadere che sul corpo del moribondo si accanissero gli animali selvatici, come gli sciacalli, i lupi e gli avvoltoi. Allora se si voleva alleviare le sofferenze del condannato e affrettarne la morte, il carnefice gli spezzava le braccia e le gambe, in modo da provocarne il soffocamento.

La pena della morte per crocifissione stabiliva anche che il corpo del condannato restasse all’aria aperta, e che i suoi resti venissero dispersi. Poteva tuttavia accadere che i parenti della vittima prelevassero furtivamente il corpo per dargli degna sepoltura. Gli antichi attribuivano un’importanza enorme a questo aspetto, perché ritenevano che l’anima di un corpo insepolto fosse condannata a un’inquietudine eterna.

La morte per crocifissione fu abolita dall’imperatore Costantino agli inizi del IV secolo d.C. Sempre in questo periodo risale il presunto ritrovamento da parte di Elena, la madre dell’imperatore, della stessa croce di Gesù (per un approfondimento leggi Commercio delle reliquie e del culto dei santi: quando è nato? clicca qui).