Lo scandalo della Bona Dea

Lo scandalo della Bona Dea scoppiò nel dicembre del 62 a.C. a casa di Cesare, allora pontefice massimo.

I riti in onore della Bona Dea, i Damia, si tenevano ogni anno agli inizi di dicembre, alla presenza solo di donne. Nell’anno 62 a.C., i Damia si svolgevano in casa di Cesare, presieduti da Pompea, sua moglie.

Di Pompea si era innamorato Clodio, giovane aristocratico impetuoso e violento, fratello di Clodia (la Lesbia di Catullo).

Clodio decise di tentare un incontro galante proprio in occasione dei riti in onore della Bona Dea, approfittando dell’assenza di altri maschi. Con la complicità di un’ancella si introdusse in casa di Cesare con l’abito e l’acconciatura di una suonatrice di cetra. L’ancella andò a informare Pompea. Nel frattempo, Clodio s’imbatté in un’ancella di Aurelia Cotta, la madre di Cesare. L’ancella scoprì l’inganno per via della voce e informò la madre di Cesare, che lo scacciò immediatamente.

Le donne, che lì si trovavano per celebrare i riti in onore della dea, riferirono il fatto ai loro mariti. Il giorno dopo la notizia si diffuse per la città. Clodio aveva compiuto sacrilegio e doveva renderne conto non solo alle persone offese, ma anche alla città e agli dèi. Il Senato ordinò un’inchiesta e decise che si dovesse nominare un tribunale speciale e procedere contro Clodio.

Il processo per lo scandalo della Bona Dea iniziò nel maggio del 61 a.C. Clodio tentò di dimostrare la sua innocenza, affermando che in quei giorni non era a Roma, il che fu confermato da un suo amico, Caio Causinio Scola. Questi testimoniò di averlo avuto ospite in quei giorni a Interamna, l’odierna Terni.

Sembrava che Clodio fosse riuscito a salvarsi, quando invece si presentò come testimone Cicerone. Cicerone testimoniò di aver incontrato Clodio a Roma poche ore prima che si intrufolasse nella casa di Cesare. Venne allora chiamato a testimoniare Cesare, che aveva ripudiato sua moglie Pompea e pertanto – così speravano i giudici – avrebbe fornito la prova definitiva circa la colpevolezza di Clodio e Pompea. Cesare invece uscì dall’imbarazzante situazione affermando di aver ripudiato Pompea «Perché – rispose Cesare con una delle sue massime destinate a rimanere celebri – la moglie di Cesare deve essere al di sopra di qualunque sospetto».

Clodio fu assolto: trentuno giudici votarono per l’assoluzione e venticinque per la sua condanna.

Più tardi Clodio trovò il modo di vendicarsi di Cicerone. Nel 58 a.C., Clodio, ora tribuno della plebe, propose una legge, subito approvata, che prevedeva l’esilio per Cicerone, la confisca dei suoi beni, la condanna a morte per lui e per chi l’avesse ospitato, se fosse stato trovato in un raggio di circa 740 chilometri dall’Italia.

Clodio si occupò di vendere personalmente gli schiavi e i terreni di Cicerone, di radere al suolo le sue proprietà a Roma, Tusculum e Formia.