Marco Tullio Cicerone
Marco Tullio Cicerone

Cicerone: vita e opere. Riassunto di Letteratura latina

Marco Tullio Cicerone nacque ad Arpino il 3 gennaio del 106 a.C.
Apparteneva a una famiglia equestre di agiate condizioni economiche, che poté assicurare un’ottima educazione a lui e a suo fratello Quinto.
Compì gli studi a Roma, dove apprese il diritto civile e nel contempo cominciò a frequentare il foro e ascoltò i discorsi di grandi oratori, come Marco Antonio e Lucio Licinio Crasso. La sua formazione culturale si arricchì con gli studi di retorica e di filosofia.
Già negli anni giovanili tradusse opere dal greco e compose altre in prosa e versi. A diciasette anni prestò servizio militare, partecipando alla guerra sociale.

Nell’81 a.C., quando Roma era ancora sotto il dominio di Silla, Cicerone debuttò come oratore con la Pro Quinctio. L’anno seguente con la Pro Sexto Roscio Amerino, il primo discorso riguardante un processo penale, si mise contro un potente collaboratore di Silla.
Nel 79 a.C., forse per porsi al riparo da vendette o per motivi di salute, come egli stesso dice, si recò in Grecia, ad Atene, e poi in Asia Minore, dove potè approfondire gli studi filosofici e retorici. Particolarmente importanti furono le lezioni di Apollonio Molone. Fece tesoro dei consigli di Molone e tornò a Roma.

Dopo il ritorno a Roma, Cicerone sposò Terenzia, dalla quale nel 76 a.C. ebbe Tullia.
Nello stesso anno iniziò la carriera politica (il cursus honorum) e fu eletto questore, magistratura che esercitò l’anno seguente in Sicilia, a Lilibeo, l’odierna Marsala.

I successi professionali favorirono l’ascesa politica.
Nel 69 a.C. divenne edile e tre anni dopo, nel 66, pretore.
Nel luglio del 64 a.C. Cicerone, grazie all’appoggio della nobilitas senatoria preoccupata per le mire sovversive di Catilina, fu eletto console, prevalendo sullo stesso Catilina, che ottenne così un’ennesima sconfitta elettorale e perse completamente la speranza di poter arrivare al potere per vie legali.
Nell’autunno, poi, represse la congiura di Catilina, autorizzando l’esecuzione della condanna a morte di alcuni suoi complici. Quando uscì dal carcere Mamertino, dopo aver assistito allo strangolamento, Cicerone si rivolse alla folla e gridò ad alta voce: «Vixerunt», «Vissero»; tutti quelli che lo incontrarono lo applaudirono vivamente, salutandolo salvatore e padre della patria.

Quando Cesare, Pompeo e Crasso decisero di unire le loro forze, dando vita al Primo triumviratole fortune politiche di Cicerone iniziarono a calare. L’oratore, infatti, contrario a un’alleanza che metteva pericolosamente assieme l’abilità di Cesare, il potere economico di Crasso e il prestigio di Pompeo, si rendeva conto perfettamente che quel patto avrebbe potuto ridurre enormemente l’autorità del Senato. Rifiutò pertanto gli incarichi che gli venivano offerti in particolare da Cesare, desideroso evidentemente di rafforzarsi con l’amicizia del grande oratore. Fu un errore che comportò gravi conseguenze per Cicerone. Nel 58 a.C. egli fu costretto all’esilio su istanza del tribuno della plebe Publio Clodio, che lo accusò di aver deliberato la morte di cittadini romani senza regolare processo durante il suo consolato. Era chiaro il riferimento ai catilinari.

Nel 57 a.C. Cicerone fu richiamato a Roma. Nel periodo successivo al ritorno dall’esilio fino al 51 a.C. si dedicò all’attività forense e alla composizione di opere importanti, come i tre libri del De oratore e il De re pubblica. Ebbe in quegli anni un atteggiamento ondeggiante e contraddittorio verso il blocco di potere dominante, come dimostra l’attività oratoria. Da un lato non esitò a mettersi contro personaggi amici dei triumviri: con la Pro Sestio intervenne a difesa di un uomo accusato di violenza da Clodio, con la Pro Caelio coprì di ingiurie Clodia, la sorella del tribuno, pronunciando contro di lei parole di fuoco; con altri discorsi, come In Pisonem, si scagliò violentemente contro Calpurnio Pisone, suocero di Cesare. Dall’altro lato difese personaggi amici dei triumviri, come Cornelio Balbo, Emilio Scauro, Gaio Rubirio Postumo o intervenne a favore della proroga del comando proconsolare di Cesare in Gallia con l’orazione De provinciis consularibrus.

Nel 51 a.C. Cicerone fu nominato proconsole in Cilicia. Intanto i contrasti tra Cesare e Pompeo si acuirono, e nel gennaio del 49 a.C. si arrivò alla guerra civile (49-45 a.C.).

Dopo la battaglia di Farsalo nel 48 a.C. e la successiva morte di Pompeo in Egitto, Cicerone, che pure temeva la vendetta del vincitore, fu trattato con grande rispetto e cordialità da Cesare.

Al biennio 46-45 a.C. appartengono le tre orazioni “cesariane”. Cicerone tentava una difficile mediazione tra la necessità ineludibile di confrontarsi con Cesare e la fedeltà ai vecchi amici: un compito che lo vide sostanzialmente perdente, perché i cesariani non si fidavano di lui e i pompeiani lo consideravano un traditore.
Cicerone preferì dunque ritirarsi dalla vita pubblica e dedicarsi soprattutto agli studi filosofici. Alle amarezze politiche si aggiunsero in quel periodo sventure familiari, come la morte per parto dell’adorata figlia Tullia; terminò pure l’unione matrimoniale con Terenzia, ripudiata da Cicerone, che si risposò con la giovane Publilia, dalla quale si separò dopo pochi mesi. In quel periodo Cicerone scrisse la maggior parte delle sue opere filosofiche.

Nel 44 a.C, dopo l’uccisione di Cesare (le Idi di marzo), Cicerone tornò alla vita politica. I nuovi protagonisti erano Marco Antonio, che si riteneva il continuatore dell’opera di Cesare, e il giovane Ottaviano, figlio adottivo ed erede di Cesare.

Cicerone, che diffidava di Antonio e pensava di poter orientare politicamente il diciannovenne Ottaviano, si schierò decisamente contro Antonio. Contro Antonio pronunciò quattordici veementi discorsi, le  Filippiche, prendendo a modello le Filippiche di Demostene contro Filipppo II di Macedonia. Ottaviano, nel contempo, si liberò dalla soffocante tutela di Cicerone e del Senato e strinse un’alleanza con Antonio e Lepido, il cosiddetto Secondo triumvirato. Fu il momento delle vendette: Antonio inserì Cicerone nelle liste di proscrizione.
Il 7 dicembre del 43 a.C. i sicari di Antonio raggiunsero Cicerone nei pressi di Formia. Egli con grande coraggio e dignità offrì il capo ai carnefici: leggi qui.