Filippo II di Macedonia

FIlippo II di Macedonia: riassunto di Storia schematico e scorrevole per conoscere e memorizzare rapidamente.

Filippo II (382-336 a.C.) salì al trono del Regno di Macedonia nel 359 a.C.
Il Regno di Macedonia era rimasto fino ad allora ai margini del mondo greco e nessuno, in quel momento, avrebbe potuto prevedere che il giovane re, Filippo II, e il suo successore, il figlio Alessandro (destinato a passare alla storia come Alessandro Magno), avrebbero mutato per sempre il corso della storia in quest’area del mondo.

Filippo II di Macedonia, sovrano intelligente ed energico, operò per rafforzare il suo regno, sia all’interno sia all’esterno. Riuscì a rinsaldare il controllo della monarchia sui nobili, imponendosi con la forza ma anche portandone i figli a corte per educarli. Fece dell’esercito un’efficiente macchina da guerra grazie alla falange macedone, che adottava il modello della falange tebana con un’importante variante: i fanti erano armati di lunghe lance, chiamate sarisse , portate in avanti nella prima fila per colpire il nemico e tenute in alto nelle file posteriori per creare una sorta di muraglia contro le frecce.

Filippo II di Macedonia sconfisse i bellicosi illiri, che minacciavano il regno da ovest (358 a.C.). A est comperò con denaro l’alleanza dei Peoni e Traci e poi li sottomise, portando i confini del regno fino al mar Nero. Contemporaneamente Filippo II di Macedonia si liberò della presenza ateniese nelle città della costa (come Anfipoli, Pidna, Potidea) assicurandosi un libero accesso al mare: una strategia completata con l’assoggettamento della penisola Calcidica, governata da una federazione di poleis, la cui capitale, Olinto, venne conquistata nel 348 a.C.

Dopo la presa di Olinto, i rapporti fra Atene e Filippo II di Macedonia si fecero sempre più tesi, sino a quando Filippo, con il pretesto di intervenire nell’ennesima guerricciola fra le poleis, occupò in armi la Grecia centrale (339 a.C.). A questo punto Atene si mosse, incaricando il grande oratore Demostene (384-322 a.C.) di costituire un’alleanza antimacedone che comprendeva Atene, Tebe e polis minori.

La battaglia di Cheronea

Lo scontro decisivo avvenne il 2 agosto del 338 a.C. a Cheronea, in Beozia. Grazie all’abile uso della cavalleria, guidata dal giovane figlio di Filippo, Alessandro, i Macedoni sbaragliarono i Greci.
Demostene, che partecipava alla battaglia come oplita, riuscì a fuggire, meritandosi i rimproveri del suo avversario, Eschine, oratore filomacedone, per non aver saputo morire in battaglia.
Atene si preparò a resistere all’invasione macedone, che però non ebbe luogo. Con grande accortezza, Filippo II di Macedonia, da abile uomo politico qual era, restituì i prigionieri senza riscatto, non mise in discussione il governo democratico e si impegnò a non invadere l’Attica.

Filippo II di Macedonia aveva ora nelle sue mani la Grecia intera: avrebbe potuto annetterla e renderne sudditi gli abitanti. Ma egli aveva in mente un progetto molto più ambizioso, che nessun Greco aveva mai realizzato: sferrare un attacco definitivo ai Persiani. Per questo aveva bisogno del consenso delle città greche (sconfitte), non di nemici sottomessi e umiliati.

L’anno successivo, il 337 a.C., Filippo II di Macedonia coronò la sua abile mossa politica convocando tutti i Greci (con l’eccezione di Sparta) in una conferenza di pace a Corinto. Greci e Macedoni si unirono nella Lega di Corinto, il cui scopo era combattere uniti contro i Persiani. Filippo assumeva l’egemonia della Lega; i Greci si impegnavano a non fare la guerra fra loro e a rispettare il regno di Filippo e dei suoi discendenti.

Nel 336 a.C., mentre stava preparando la spedizione contro la Persia, Filippo II di Macedonia morì assassinato per mano della guardia del corpo Pausania di Orestide.
Salì sul trono il figlio Alessandro, che sarà poi detto Magno.

Le poleis non finirono con Filippo II di Macedonia, e infatti sopravvissero fino alla conquista romana e oltre. Piuttosto furono messe di fronte al loro grande limite: quello di non saper vivere in accordo e su un piano di parità e di non saper rinunciare a parte della loro autonomia per creare un’autorità comune.

In questa mutata situazione il cittadino greco, non più coinvolto nelle faccende del governo, perde quella passione politica che aveva costituito la molla della filosofia di Platone. E questo disinteresse si riflette anche nella cultura e nel pensiero dell’età ellenistica (vedi Aristotele).