Il ratto delle sabine
Giambologna, Ratto delle Sabine(1583), Firenze, Loggia della Signoria

Il ratto delle Sabine, ovvero il rapimento delle donne sabine, è fra gli episodi più antichi della storia di Roma, avvolto nella leggenda.

Una volta fondata Roma, uno dei primi problemi da affrontare fu quello demografico: la città aveva pochi abitanti e doveva essere ingrandita.

Per popolare la città Romolo ricorse ad uno stratagemma: invitò alla festa dei Consualia, in onore del dio Nettuno, i Sabini, che abitavano la vicina città di Curi, e ne rapì le donne, che furono costrette a diventare mogli dei Romani.

La cosa scatenò la reazione dei Sabini, che si prepararono a muovere guerra a Roma.

I Sabini riuscirono a corrompere una delle poche donne romane, Tarpea, perché questa aprisse loro di nascosto le mura della città.

A scongiurare la sanguinosa resa dei conti intervennero proprio le donne sabine, che non volevano lo scontro tra i loro padri sabini e i loro mariti romani, e riuscirono a riappacificarli.

La traditrice Tarpea, invece, venne prima uccisa dai Sabini e poi il suo corpo gettato dai Romani da una rupe. Da allora la rupe fu chiamata Rupe Tarpea, destinata ai colpevoli di delitti contro lo Stato.

Infine, il re dei sabini Tito Tazio governò insieme a Romolo fino alla morte del re sabino. Dal nome della tribù di Tito Tazio, quella dei Curiti, derivò poi ai Romani l’appellativo di Quiriti.

La storia “Il ratto delle Sabine” suggerisce un primo esempio della capacità di Roma di convivere o di fondersi con le popolazioni vicine.

Tale mescolanza, che caratterizza la popolazione cittadina fin dai primi anni, non fu mai considerata una debolezza o una vergogna, come accadeva nel mondo greco, ma rappresentò sempre un motivo di forza e di orgoglio.

Era una caratteristica assolutamente nuova per una città di quel tempo: la capacità di superare le differenze fra le culture, sapendo riconoscere gli elementi validi in società diverse dalla propria, e riuscendo ad assimilarli nel proprio bagaglio di conoscenze.