tito livio
Busto di Tito Livio, opera di Lorenzo Larese Moretti (1858-1867)

Tito Livio: vita

Tito Livio nacque nel 59 a.C. a Padova. Le sue notizie biografiche sono alquanto scarne, ma si sa che godette della stima di Augusto, che scherzosamente lo chiamava “pompeiano” per le sue idee repubblicane.
Da Seneca sappiamo che si dedicò agli studi di filosofia e da Quintiliano ci è giunta notizia del suo interesse per la retorica.
Dopo un lungo periodo di permanenza a Roma, Tito Livio fece ritorno a Padova, dove morì nel 17 d.C.

Tito Livio: le opere

L’opera più importante, alla cui composizione lo storico romano Tito Livio dedicò tutta la vita, è Storia di Roma dalla sua fondazione (il titolo in latino è Ab Urbe condita libri), in 142 libri, che narravano la storia di Roma dalle sue origini (753 a.C) fino alla morte di Druso (9 a.C.) o, secondo altri, fino alla sconfitta di Varo nella selva di Teutoburgo (9 d.C.).
Dell’opera però sono giunti solo 35 libri, ma grazie alle periochae (riassunti) elaborate nel corso dei secoli III e IV, siamo a conoscenza dell’intero contenuto della monumentale opera, ad eccezione di quello dei libri 136 e 137, dei quali non ci sono giunti nemmeno le periochae.

L’opera è divisa in decadi, cioè gruppi di dieci libri, talora anche in pentadi; si ignora se tale struttura sia opera di Tito Livio o di altri. Ci è giunta per intero la prima decade, che tratta gli avvenimenti dalle origini di Roma fino alle guerre sannitiche; la terza decade che tratta la seconda guerra punica; la quarta decade e metà della quinta nelle quali Livio narra le guerre macedoni sino alla battaglia di Pidna del 168 a.C.

Dai contemporanei, l’opera fu, allo stesso tempo, elogiata ma anche criticata da persone influenti come l’imperatore Caligola e lo scrittore Quintiliano per mancanza di sobrietà, per dichiarazioni di parte a favore di Roma e per scarsezza di documentazioni sulle fonti. Ciò non significa che Tito Livio trascurasse le fonti, anzi egli spesso le cita o per confermare un proprio giudizio o per evidenziare un disaccordo tra una fonte e quella da lui seguita. Quello che manca è una vera mediazione critica tra fonti diverse e, quindi, una posizione personale dello storico. Livio intende l’opera storica come opus oratorium maxime, per cui essa ha la connotazione più di un racconto letterario che di un’esposizione rigorosamente scientifica.

A partire dal Rinascimento, Tito Livio venne rivalutato grazie a una delle opere politiche più importanti di Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio – in cui parte dalla concezione liviana della storia come magistra vitae e dal suo intento di ammaestrare gli uomini sulla base degli esempi degli antichi – e da gran parte degli umanisti come Leon Battista Alberti, Francesco Guicciardini e Lorenzo Valla.
Per la sua ostentazione all’austerità e al severo legame al mos maiorum romano, Livio fu apprezzato anche dai patrioti dell’Ottocento.

Da testimonianze e frammenti degli antichi sappiamo che Livio fu anche autore di opere filosofiche e retoriche. Infatti Seneca (Epistulae, 100, 9) riferisce che Livio fu autore di Dialoghi (scripsit et dialogos), opere filosofiche imperniate probabilmente più su problemi etici che teoretici.

Sicuro, inoltre, è anche l’interesse di Livio per la retorica. Infatti sono pervenuti due frammenti, uno riportato da Quintiliano e l’altro da Seneca il Vecchio (padre del più illustre e omonimo figlio Seneca detto il Giovane), relativi a una lettera scritta da Livio al figlio Tito, nella quale lo esorta ad evitare, nella scrittura, abbellimenti retorici e appesantimenti del discorso.