discorsi sopra la prima deca di Tito Livio
Niccolò Machiavelli

I Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio furono iniziati da Niccolò Machiavelli nel 1513, prima della stesura del Principe scritto di getto tra il luglio e il dicembre di quello stesso anno. I Discorsi vennero poi ripresi dall’autore, e finiti probabilmente entro il 1517, stimolato a rielaborare l’opera e a concluderla dalla frequentazione del circolo degli Orti Oricellari (i giardini di Palazzo Rucellai, a Firenze), composto da giovani aristocratici di tendenza repubblicana.

Ordinati in tre libri, i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio hanno carattere di divagazioni intorno a un testo-base: la prima Deca della Storia di Roma del grande storico latino Tito Livio, Ab urbe condita [Dalla fondazione di Roma].

Il libro I comprende 60 capitoli ed è dedicato alla politica interna dello Stato, alla sua amministrazione, alle leggi e soprattutto all’importanza della religione come vincolo unitario e strumento politico nelle mani dei governanti: anche per questa idea della religione come strumento di governo Machiavelli, in altri passi dell’opera, rimpiange la religione pagana dell’antica Roma, che induceva il cittadino a identificarsi nello Stato, e critica quella cristiana che invece lo distoglie dagli interessi civili e dall’amor patrio.

Il libro II si compone di 33 capitoli ed è dedicato ai temi della politica estera, dell’organizzazione militare, della conduzione delle guerre.

Il libro III è più vario: considera per 49 capitoli sia come le azioni di «uomini particolari» abbiano fatto grande Roma sia come si trasformino gli Stati, cioè nascano, si evolvano, decadano. In quest’ultimo libro più insistenti sono i riferimenti alla «corruzione» e alla crisi di Firenze, che appaiono tanto più chiari in opposizione al modello ideale della Roma antica.

Si è a lungo discusso sulla relazione fra Il Principe e i Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio. Certo le basi teoriche delle due opere sono le stesse, ma la prima pone il problema di fondare uno Stato nuovo, e ciò può avvenire solo a partire dalla “virtù” di un individuo, il principe, la seconda pone il problema della durata e della continuazione di uno Stato già esistente. Quando è un unico individuo a creare uno Stato nuovo, questo può assumere solo la forma del principato; ma perché poi lo Stato possa durare gli occorre l’appoggio del “popolo” e un equilibrio fra i poteri che solo la repubblica può garantire. E va da sé che un’influenza in senso repubblicano dovettero giocarla anche il cattivo esito de Il  Principe (i Medici non ne accolsero affatto i suggerimenti e continuarono a ignorarne l’autore) e la frequentazione del circolo – repubblicano appunto – degli Orti Oricellari: non sarà un caso, a tale proposito, la dedica dell’opera a due dei suoi più importanti esponenti, Zanobi Buondelmonti e Cosimo Rucellai.

Dopo i Discorsi, lo scritto politico più importante elaborato da Niccolò Machiavelli nella seconda fase della sua vita è Dell’arte della guerra, composto tra il 1519 e il 1520. L’opera contiene una serie di suggerimenti specifici e come Il Principe non è solo un trattato scientifico, vuole avere anche una funzione politica immediata.