Giovanni Giolitti e l'età giolittiana riassunto

Giovanni Giolitti (1842-1928) ha diretto la vita politica dell’Italia dall’inizio del Novecento allo scoppio della Prima guerra mondiale. Gli anni 1900-1914 sono stati segnati così a fondo dalle sue scelte e dal suo modo di operare da passare alla storia con il nome di età giolittiana.

Durante i suoi governi (1903-05, 1906-09, 1911-14):

  • si affermò il diritto inalienabile dei lavoratori ad avere le proprie associazioni sindacali. Ciò permise nel 1906 la nascita della Cgl (Confederazione generale del lavoro), alla quale nel 1910 la borghesia industriale rispose costituendo la Confindustria (Confederazione italiana dell’industria);
  • si attuarono importanti riforme, per esempio la conversione delle ferrovie, che erano private e quasi tutte in mano ai capitalisti francesi e inglesi, in Ferrovie dello Stato;
  • si decisero interventi speciali a favore dell’industrializzazione del Mezzogiorno (ad esempio l’industrializzazione di Napoli con la costruzione del complesso di Bagnòli e la costruzione dell’acquedotto pugliese);
  • durante il quarto ministero, Giovanni Giolitti avviò la conquista della Libia (1911-12), istituì  un monopolio statale delle assicurazioni sulla vita (INA, 1912), i cui proventi dovevano servire a finanziare il fondo per le pensioni di invalidità e vecchiaia dei lavoratori, introdusse, sempre nel 1912, il suffragio universale maschile (voto ai maggiori di 21 anni alfabetizzati o che avessero prestato servizio militare e anche agli analfabeti dai 30 anni in su) e siglò il Patto Gentiloni con i cattolici, per assicurarsene il sostegno alle elezioni del 1913: ma le polemiche suscitate da quest’ultima iniziativa lo indussero alle dimissioni. Il governo venne affidato dal re Vittorio Emanuele III, su indicazione dello stesso Giovanni Giolitti, al giurista moderato e conservatore Antonio Salandra (1853-1931).

Quando nel 1915, un anno dopo aver lasciato la guida del governo, Giolitti si pronunciò contro l’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, divenne il simbolo dell’Italia mediocre e meschina, l’ostacolo principale a qualsiasi progetto di rinnovamento del paese. E come tale fu duramente contestato. Una volta deciso l’intervento, pur avendo ancora un cospicuo seguito in Parlamento, si astenne dalle pubbliche critiche ai governi in carica e si appartò.

Nel 1920, nel pieno del biennio rosso, Giolitti fu di nuovo a capo del governo. Ma nonostante il suo precedente equilibrismo tra socialisti (politica riformista), cattolici (Patto Gentiloni) e nazionalisti (guerra di Libia), non riuscì a legarsi stabilmente nessuna di queste forze, né a “costituzionalizzare” il movimento fascista, di cui sottovalutò la carica eversiva.

Nel giugno del 1921, dopo il risultato deludente delle elezioni politiche che egli stesso aveva voluto per ricostituire una forte maggioranza liberale, Giolitti si dimise. Sperava probabilmente di rientrare in posizione di forza, ma i tempi erano cambiati così come erano cambiati i protagonisti della politica.

Giolitti col fascismo non volle mai confondersi, mantenendo nei confronti del movimento di Mussolini un atteggiamento di orgoglioso distacco. Solo nell’autunno del 1924, dopo il delitto Matteotti, si decise a passare all’opposizione assieme ai pochi liberali rimasti nella Camera, senza partecipare alla secessione dell’Aventino.

Giolitti si recò alla Camera l’ultima volta nel 1928 per esprimere il suo dissenso verso la nuova legge elettorale che prevedeva che l’elettore potesse dire sì o no a una lista di 400 candidati compilata dal Gran Consiglio del Fascismo. Pochi mesi dopo Giovanni Giolitti morì nella sua casa di Cavour.