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Prima guerra d’indipendenza italiana (1848-1849)

La Prima guerra d’indipendenza italiana è un episodio del Risorgimento, ovvero il periodo storico che ha portato all’unità e all’indipendenza dell’Italia. Iniziò il 23 marzo 1848 e si concluse il 22 agosto 1849. Fu mossa da Carlo Alberto di Savoia, sovrano del Regno di Sardegna (che comprendeva i territori di Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Sardegna, la contea di Nizza e la Savoia), contro l’Impero austriaco degli Asburgo (che comprendeva l’attuale Austria, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, Slovenia, Croazia, Bosnia, parti di Polonia, Ucraina, Romania e le odierne Lombardia e Veneto).

Nella fase iniziale del conflitto (1848), papa Pio IX, Leopoldo II di Toscana e Ferdinando II di Napoli inviarono truppe a sostegno. Ben presto, però, le ritirarono, lasciando solo Carlo Alberto, che venne sconfitto dagli austriaci a Custoza (1848) e a Novara (1849).

Nonostante il fallimento, però, questo conflitto fu il primo di tre guerre che portarono all’unificazione della penisola italiana, culminata il 17 marzo 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia.

Le cause della Prima guerra d’indipendenza italiana

La miccia che fece esplodere la Prima guerra d’indipendenza italiana si accese il 12 gennaio 1848 a Palermo per iniziativa dei liberali. Essi chiedevano la Costituzione e la separazione della Sicilia dal Regno borbonico. Il 29 gennaio 1848 Federico II di Borbone concesse una Costituzione, che rendeva la Sicilia più autonoma rispetto al Regno delle due Sicilie. Fu presto imitato da Leopoldo II Granduca di Toscana, (15 febbraio), da Carlo Alberto di Savoia a Torino (il 4 marzo il re concesse lo Statuto Albertino; nel 1861 diventò la Costituzione del Regno d’Italia, che la conservò fino al 1946) e da papa Pio IX (14 marzo) nello Stato Pontificio.

Il 17 marzo 1848 Venezia insorse contro gli austriaci e venne proclamata la Repubblica di San Marco (17-22 marzo 1848) retta da un governo guidato dal capo dei democratici Daniele Manin.

Anche a Milano si verificò una sanguinosa lotta tra la popolazione insorta e i soldati austriaci. Dopo cinque giornate di furiosi combattimenti (18-22 marzo 1848: sono le famose Cinque giornate), l’esercito asburgico, guidato dal maresciallo Radetzky, fu costretto alla ritirata e lasciò la città. Le truppe austriache si concentrarono all’interno di un quadrilatero, dato dalle piazzeforti di Peschiera, Verona, Legnago e Mantova. A Milano venne nominato un governo provvisorio formato da esponenti di tendenza moderata. Avvenimenti simili si svolsero anche nei ducati di Modena e Parma dove i rispettivi duchi si diedero alla fuga.

Lo scoppio del conflitto

Intanto in Piemonte i patrioti premevano su Carlo Alberto di Savoia affinché intervenisse in Lombardia. Anche da Milano, i filosabaudi invocavano l’intervento di Carlo Alberto e l’immediata annessione al Regno di Sardegna.

Il 23 marzo 1848, quando gli austriaci avevano già abbandonato Milano, Carlo Alberto di Savoia dichiarò guerra all’Austria: ebbe inizio la Prima guerra d’indipendenza. Carlo Alberto decise di dichiarare guerra all’Austria con un duplice intento: acquisire nuovi territori e impedire che l’iniziativa indipendentista fosse condotta dai repubblicani e dai democratici, con inevitabili analoghe richieste all’interno del Regno di Sardegna.

All’iniziativa di Carlo Alberto si associarono altri eserciti italiani. Vennero infatti inviate truppe da Pio IX, Leopoldo II di Toscana e Ferdinando II di Napoli con l’obiettivo, analogo a quello di Carlo Alberto, di togliere l’iniziativa ai democratici e ai repubblicani.

Le fasi della guerra

Gli austriaci subirono le prime sconfitte a Pastrengo (30 aprile 1848), nei pressi di Verona, e a Goito (30 maggio 1848), in provincia di Mantova.

La reazione austriaca

Nel frattempo, però, l’Austria, che rappresentava la maggiore potenza cattolica europea, aveva minacciato Pio IX di uno scisma nel caso in cui non avesse ritirato le proprie truppe. Allarmato da questa eventualità, il 29 aprile 1848 Pio IX pronunciò una celebre allocuzione: un discorso in cui dichiarò di volere rimanere estraneo al conflitto, in quanto «padre comune di tutte le genti, popoli e nazioni».
Subito dopo, anche Leopoldo II di Toscana e Ferdinando II di Napoli richiamarono i loro soldati.

La sconfitta di Custoza

La coalizione che si era schierata contro l’Austria venne così improvvisamente a mancare. Intanto il maresciallo austriaco Radetzky, ricevuti rinforzi da Vienna, passò al contrattacco e il 25 luglio 1848 a Custoza (presso Verona) sbaragliò l’esercito sabaudo.

Il 9 agosto 1848 a Vigevano fu siglato l’armistizio (cioè una tregua, non una pace) di Salasco (così chiamato dal nome del generale piemontese che materialmente lo firmò).

La riapertura delle ostilità (1849)

Nel marzo 1849 Carlo Alberto ruppe la tregua: doveva rilanciare il prestigio di Casa Savoia, scosso dalla sconfitta del 1848, e riproporre la soluzione monarchica alla causa italiana, nel momento in cui l’idea repubblicana si affermava in gran parte dell’Italia.

La disfatta a Novara e l’armistizio di Vignale

La guerra riprese, ma le truppe piemontesi furono sconfitte a Novara (23 marzo 1849). La sera stessa Carlo Alberto abdicò in favore del figlio, Vittorio Emanuele II, e andò in esilio in Portogallo, dove morì in quello stesso anno.
Il giorno dopo, il 24 marzo 1849, fu firmato l’Armistizio di Vignale: parte del Piemonte fu occupata dagli Austriaci.

Le ultime sconfitte

Il fallimento militare suscitò un’insurrezione a Brescia capeggiata da Tito Speri e rimasta celebre con il nome di “Dieci giornate” che valsero alla città il titolo di “Leonessa d’Italia”.

A Roma (dove il governo da febbraio era in mano al triumvirato Mazzini, Saffi e Armellini) e a Venezia la resistenza agli austriaci fu coraggiosa e dotata di grande tenacia. Roma si arrese il 4 luglio 1849, e Venezia, stroncata dalla fame e dal colera, il 22 agosto 1849.

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