Delitto Matteotti e secessione dell'aventino, riassunto

Il delitto Matteotti e secessione dell’Aventino, riassunto di storia contemporanea

Il 10 giugno 1924, a Roma, il deputato Giacomo Matteotti, segretario del Partito socialista, fu rapito e derubato della borsa contenente i suoi documenti, che non fu mai ritrovata, da un gruppo di squadristi, caricato a forza su un auto e ucciso a pugnalate. Resta la terribile deposizione di uno di loro, il sicario Albino Volpi.

Il contegno del Matteotti è stato assolutamente spavaldo. Mentre lo pugnalavamo egli è stato, direi, eroico. Ha continuato fino alla fine a gridarci in faccia: “Assassini! barbari! vigliacchi!”. Mai ebbe un momento di debolezza, per invocare pietà. E mentre noi continuavamo nella nostra azione egli ci ripeteva: “Uccidete me, ma l’idea che è in me non la ucciderete mai”.

Probabilmente, se si fosse umiliato un momento e ci avesse chiesto di salvarlo e avesse riconosciuto l’errore della sua idea avremmo forse non compiuto fino alla fine la nostra operazione. Ma no. Fino alla fine, fin che ha avuto un filo di voce ha gridato: “La mia idea non muore! I miei bambini si glorieranno del loro padre!”

Il suo cadavere, abbandonato in una macchia boscosa a pochi chilometri dalla capitale, fu trovato solo due mesi dopo, il 16 agosto.

Dieci giorni prima di essere ucciso, Giacomo Matteotti aveva tenuto in Parlamento un infuocato discorso, nel corso del quale aveva denunciato le irregolarità compiute durante le votazioni tenutesi un paio di mesi prima, il 6 aprile 1924: il fascismo aveva ottenuto il 65% dei voti e più di tre quarti dei seggi.

Sotto la pressione dell’opinione pubblica, la polizia scoprì facilmente e arrestò gli assassini di Matteotti, tre persone di cui una, Amerigo Dumini, era il capo della cosiddetta “Ceka del Viminale”, una squadraccia che si era già distinta per le violenze ai danni di esponenti dell’opposizione e che agiva alle dirette dipendenze di Mussolini.
Sottoposti a processo, furono condannati a pene blande e scarcerati dopo pochi mesi di prigione.

I partiti erano divisi e impauriti; discussero molto, ma non fecero nulla. I deputati dell’opposizione si limitarono ad abbandonare il Parlamento (sperando in un intervento del re, ma neanche questa volta Vittorio Emanuele III si mosse a difesa della legge).

Questo gesto fu poi chiamato “secessione dell’Aventino” in ricordo di un antichissimo metodo di lotta della plebe romana nei confronti dei patrizi (nei momenti in cui la lotta si faceva più dura, la plebe arrivava alla secessione, ovvero alla “separazone”: usciva dalle mura della città, separandosi dai patrizi, e si accampava sui colli intorno a Roma in attesa che i patrizi cedessero alle sue richieste).

La conseguenza più grave di questa vicenda fu che, a causa del ritiro dell’opposizione, il Parlamento cessò di riunirsi  e Montecitorio chiuse letteralmente il portone. Dopo qualche settimana, Mussolini fece riaprire di propria iniziativa il Parlamento e in un discorso tenuto il 3 gennaio 1925, rivendicò la responsabilità “morale, politica e storica” del delitto Matteotti. Poi con una serie di atti legislativi, annullò tutti i poteri del Parlamento.

Il delitto Matteotti fu il segnale della disfatta dei partiti democratici e accelerò il passaggio da un governo autoritario a una vera e propria dittatura.