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Vittorio Emanuele III e il fascismo

Vittorio Emanuele III (Vittorio Emanuele terzo) di Savoia nasce nel 1867 e nel 1900 diventa re d’Italia, dopo l’assassinio di suo padre Umberto I (Umberto primo) ad opera dell’anarchico Gaetano Bresci, il 29 luglio a Monza.

Fino alla Prima guerra mondiale si mostra rispettoso del sistema parlamentare e della Costituzione. A partire dal maggio 1915, invece, assume un atteggiamento sempre più ambiguo e timoroso della democrazia, che lo spinge infine a sostenere in pieno il fascismo.

Durante il lungo governo di Benito Mussolini, Vittorio Emanuele III è docile, cieco e sordo ai soprusi e alle violenze fasciste, sempre più relegato in una posizione marginale, di rappresentanza secondaria.

Il 25 luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo chiede le dimissioni di Mussolini, il sovrano si dissocia dal duce. Teme infatti che la caduta del fascismo possa provocare anche la fine della monarchia in Italia. Rifiuta però di prendere in mano la situazione, di assumere il ruolo di sovrano di una nazione in ginocchio. Si limita quindi a far arrestare Mussolini e ad affidare l’incarico di formare un nuovo governo al maresciallo Pietro Badoglio. Poi si defila fuggendo con la famiglia a Brindisi (leggi Regno del Sud: l’Italia dopo l’8 settembre 1943) lasciando la capitale e due terzi del Paese allo sbando, in balia delle forze nazi-fasciste.

Nel giugno 1944 affida al figlio Umberto II (Umberto secondo) la luogotenenza generale del Regno ma non si dimette né allora né alla fine della seconda guerra mondiale.

Vittorio Emanuele III (Vittorio Emanuele terzo) abdica il 9 maggio 1946, a poche settimane dal referendum del 2 giugno.

Muore in esilio ad Alessandria d’Egitto nel 1947.

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