Biennio Rosso in Italia, 1919-1920. Riassunto

Biennio Rosso e lotte operaie e contadine in Italia nel periodo 1919-1920 riassunto.

L’Italia del primo dopoguerra era attanagliata dalla crisi economica. La Prima guerra mondiale aveva avuto costi umani altissimi, dissestato patrimoni aristocratici e borghesi, decuplicato il debito pubblico statale e fatto salire alle stelle l’inflazione, prosciugato risparmi di impiegati e pensionati e impoverito tutte le fasce deboli (il costo della vita era quadruplicato). Altrettanto grave era la disoccupazione, che colpì gran parte dei giovani congedati dall’esercito.

Su questo scenario si innestò la nascita dei partiti di massa. Essi si affermarono nelle elezioni del 1919: il Partito socialista guidato da Filippo Turati e il Partito popolare cattolico guidato da don Luigi Sturzo.

Entrambi guidarono le proteste dei lavoratori: nelle campagne i popolari organizzarono le Leghe bianche mentre i socialisti delle Leghe rosse organizzavano i braccianti. Contemporaneamente, nelle città del “triangolo industriale” (Torino, Milano e Genova), i socialisti organizzavano gli scioperi della classe operaia.

Cominciarono così le centinaia di scioperi e i violenti scontri del cosiddetto “biennio rosso” (1919-1920).

Nel 1919 i lavoratori iniziarono un’ondata di scioperi contro il carovita che culminò, in estate, in saccheggi diffusi e nell’occupazione delle terre incolte del Meridione da parte dei contadini.

Nel 1920 gravi episodi di protesta si verificarono nelle fabbriche. Dopo il rifiuto di concedere aumenti salariali, i metallurgici occuparono gli stabilimenti (30 agosto).

I presupposti per avviare la rivoluzione proletaria c’erano, ma i socialisti, d’accordo con i sindacati, non si assunsero la responsabilità di innescare il processo.

Di questo disagio ne approfittò Benito Mussolini, che si impegnò a portare ordine in Italia.