dell'arte della guerra
Niccolò Machiavelli nello studio, di Stefano Ussi, 1894

Dell’Arte della guerra, composta tra il 1519 e il 1520 e pubblicata nel 1521, è l’unica delle opere maggiori di Niccolò Machiavelli che sia stata pubblicata mentre l’autore era vivo. È il primo testo teorico dell’arte militare.

Dell’Arte della guerra è un trattato a forma di dialogo. È dedicata a Lorenzo di Filippo Strozzi, esponente di spicco della vita cittadina di Firenze. È suddivisa in sette libri, nei quali un famoso condottiero dell’esercito spagnolo, Fabrizio Colonna (alter ego dello stesso Machiavelli), dialoga con vari interlocutori: Zanobi Buondelmonti, Cosimo Rucellai (a entrambi erano dedicati i Discorsi), Battista della Palla e Luigi Alemanni.

Come nei Discorsi, c’è il prendere a esempio la storia dell’antica Roma, il cui insegnamento va assunto a modello anche nell’arte militare.

L’organizzazione e la disciplina delle legioni nascevano dalla forte identificazione dei soldati-cittadini con lo Stato. Le truppe mercenarie invece non sono capaci di altrettanta disciplina, sono insubordinate e anarchiche, perché agiscono per ragioni egoistiche, dunque non sono affidabili né militarmente né politicamente.

La crisi degli Stati della penisola in piena crisi dipende appunto dal ricorso a tali milizie, che fanno della guerra un mestiere.

Lo Stato può essere militarmente forte solo se è capace di coinvolgere i cittadini sul piano politico come su quello militare. Deve dunque fondarsi sull’arruolamento dei cittadini o dei sudditi.

Machiavelli sottolinea inoltre l’importanza della fanteria contro l’opinione tradizionale della superiorità della cavalleria formata dalla nobiltà ormai in decadenza.

Machiavelli mostra di sottovalutare ancora il ruolo delle armi da fuoco, limitandosi ad affermare la necessità dell’artiglieria negli assedi.

Nella parte conclusiva, il dialogo lascia posto al monologo di Fabrizio Colonna, attraverso il quale Machiavelli quasi si confessa con amarezza e lucidità quando rimprovera alla natura di avergli dato la facoltà di avere grandi cognizioni teoriche ma non di metterle in pratica: «E io mi dolgo della natura, la quale o ella non mi dovea fare conoscitore di questo, o ella mi dovea dare facultà a poterlo eseguire». Ma i suoi lettori, avverte Machiavelli, non debbono disperare perché l’Italia «pare nata per resuscitare le cose morte».