Critone è un dialogo composto nel 395 a.C. circa dal filosofo greco Platone, seguace di Socrate. Il dialogo, che prende il nome dal fedele discepolo con cui Socrate conversa (Critone, appunto), si svolge nel carcere di Atene, dove Socrate è detenuto in attesa dell’esecuzione della sentenza di condanna a morte che il tribunale della sua città ha emesso contro di lui, reo – a giudizio della giuria popolare – di non voler accogliere la religione tradizionale e d’impartire un’educazione distorta ai giovani.
Per la cronologia degli eventi rappresentati, il Critone di Platone si colloca tra l’Apologia e il Fedone, cioè tra il dialogo che rievoca il discorso difensivo di Socrate davanti al tribunale popolare che lo condannò a morte (Apologia) e quello che rappresenta l’ultima giornata di vita del filosofo (Fedone).
Critone di Platone riassunto e spiegazione
Siamo nell’anno 399 a.C. Socrate è in carcere, a letto e dorme placidamente, tanto da non sentire l’arrivo, alle prime luci del nuovo giorno, dell’amico e discepolo Critone, che se ne sta seduto in silenzio a vegliare sul filosofo.
Quando Socrate si sveglia, si meraviglia che Critone sia lì così presto e che non lo abbia svegliato. Critone risponde ammirando la capacità di Socrate di affrontare la morte con tanta calma; poi, espone a Socrate un piano per evadere dal carcere di Atene, fornendo una serie di ragioni a favore dell’evasione.
Le argomentazioni di Critone: perché Socrate deve evadere dal carcere
La guardia – afferma Critone – può essere corrotta con il denaro sborsato da lui in persona e dagli amici: la gente non deve credere che Socrate non abbia potuto salvarsi per la loro scarsa disponibilità.
Inoltre, la condanna è ingiusta, quindi non sarebbe sbagliato disobbedire. Socrate, poi, ha dei doveri verso i figli, che resterebbero senza padre. Infine, fuggendo, Socrate potrebbe continuare a vivere e a insegnare.
La risposta di Socrate: perché deve restare e non scappare
Socrate rifiuta il piano di evasione e le argomentazioni di Critone e ribalta il ragionamento, asserendo che non bisogna preoccuparsi di ciò che pensa la gente, importa solo quello che pensano coloro che conoscono il bene e il giusto.
Afferma, inoltre, di essere stato allevato ed educato secondo i principi stabiliti dalle leggi, che considera inviolabili, perciò l’uomo giusto, di fronte a una sentenza scaturita dalle leggi che rispetta, non può che accettare il verdetto, anche qualora le leggi siano ingiuste.
La prosopopea delle leggi
Critone è sconcertato e non riesce a comprendere le ragioni di questa scelta. Socrate, allora, al fine di rendere più chiare e convincenti le motivazioni della sua posizione, ricorrendo alla figura retorica chiamata prosopopea (che consiste nell’attribuire a figure inanimate caratteristiche proprie di una persona), immagina che le Leggi di Atene, considerate fondamento della democrazia, entrino nella sua cella e gli chiedano conto della sua scelta di fuggire. Esse gli fanno presente come con un tale atto metta in pericolo la stabilità dell’ordinamento della città e il rispetto dovuto alle sentenze dei tribunali, giuste o ingiuste che siano.
Alla obiezione che si tratta di una sentenza ingiusta, poiché Socrate veniva condannato pur non avendo commesso il fatto per il quale veniva condannato, le Leggi rispondono che Socrate è figlio e servo loro e non può reagire contro di loro da pari a pari: a loro Socrate deve obbedienza assoluta.
Le leggi proseguono sostenendo che Socrate è loro debitore di tutto, dalla sua nascita alla sua formazione educativa, dal momento che sono le leggi a regolare il matrimonio tra coniugi e gli obblighi dei genitori nei confronti dei figli. Inoltre, le leggi hanno concesso a Socrate, come ad ogni altro cittadino, la libertà di spostarsi in un’altra città, con altre leggi, qualora l’ordinamento in vigore ad Atene non fosse stato di suo gradimento. Ma Socrate stesso durante il processo aveva rifiutato la pena prevista dell’esilio (auspicata invece dai suoi avversari politici) preferendo ad essa la morte.
Ma poi, quale sarebbe la sua vita da esule? Se andrà in città regolate da buone leggi, apparirà come un sovvertitore; se invece si recherà in comunità non ben regolate, dovrà uniformarsi a costumi infamanti, che lo umilieranno. Non sarebbe poi per lui un vantaggio portare con sé i figli, che meglio sarebbero allevati, anche in caso di sua morte, dagli amici ad Atene.
L’ultimo invito delle Leggi è dunque di non cedere alla tentazione di ricambiare con un’ingiustizia un’ingiustizia subita, per evitare che gli divengano ostili le grandi leggi dell’Ade (Socrate era profondamente convinto dell’immortalità dell’anima, arrivando ad affrontare la condanna a morte con serenità). Non lo persuada dunque Critone a fare ciò che propone, più di quanto non possano loro.
Critone, vinto, si arrende: non ha più nulla da contrapporre. Le ultime parole di Socrate sono la serena accettazione di un destino che coincide con la volontà divina.
Il messaggio del Critone
Il dialogo affronta i temi della lealtà, del rispetto delle leggi, e la superiorità della vita virtuosa rispetto alla semplice sopravvivenza.
Socrate ritiene che esista un tacito patto tra il cittadino e la città. Avendo vissuto tutta la sua vita ad Atene, beneficiando delle sue leggi, le ha implicitamente accettate. Fuggire dal carcere, come gli ha proposto Critone, significherebbe trasgredire le leggi, “distruggendole”, e mettendo a rischio l’intera struttura della comunità. Quindi, la posizione di Socrate nel Critone è che un buon cittadino deve sempre osservare le leggi, anche quando queste sono applicate erroneamente contro di lui, per non minare l’ordine e la convivenza civile.
Secondo Socrate non bisogna mai commettere ingiustizia, né ricambiare un’ingiustizia con un’altra ingiustizia (nel suo caso l’evasione). Il cittadino ha due opzioni: o tentare di persuadere le leggi della propria innocenza o, in caso di insuccesso, obbedire ai loro ordini.

