i gattici di giovanni pascoli
Claude Monet, Pioppi lungo il fiume Epte, 1891, Edimburgo, The National Gallery of Scotland

I gattici di Giovanni Pascoli. Ve ne diamo il testo, la parafrasi, l’analisi, le figure retoriche, il commento.

I gattici di Giovanni Pascoli: il testo

E vi rivedo, o gattici d’argento,
brulli in questa giornata sementina:
e pigra ancor la nebbia mattutina
sfuma dorata intorno ogni sarmento.

Già vi schiudea le gemme questo vento
che queste foglie gialle ora mulina;
e io che al tempo allor gridai, Cammina,
ora gocciare il pianto in cuor mi sento.

Ora, le nevi inerti sopra i monti,
e le squallide piogge, e le lunghe ire
del rovaio che a notte urta le porte,

e i brevi dì che paiono tramonti
infiniti, e il vanire e lo sfiorire,
e i crisantemi, il fiore della morte.

I gattici di Giovanni Pascoli: la parafrasi

E vi rivedo, o pioppi (gattici) bianchi (d’argento), spogli in questa giornata di semina (sementina): e la nebbia mattutina, illuminata dai riflessi del sole (dorata), stagnando ancora sulle cose (pigra ancor), rende sfocati (sfuma, nel senso di poco visibili) i contorni dei tralci di vite (sarmento).

Questo vento [autunnale] che un tempo (già, cioè in primavera) a voi pioppi (vi) faceva schiudere (schiudea) le gemme, ora fa roteare vorticosamente (mulina) queste foglie ingiallite (gialle); e io che in primavera (allor) gridavo al tempo: «Vai veloce! Corri!» (Cammina, perché si ha fretta di arrivare all’estate, la stagione solare), adesso (ora, cioè in autunno) sento nell’animo (in cuore) una sofferenza che fa piangere (gocciare il pianto).

Adesso (ora, cioè in autunno) [restano solo] le nevi immobili (inerti), le piogge tristi (squallide), le lunghe folate rabbiose (ire) del vento di tramontana (rovaio) che di notte fa scuotere (urta) le porte; e [restano solo] i giorni sempre più brevi che sembrano tramonti infiniti, il dissolversi (vanire) di tutte le cose e lo sfiorire [della natura], e i crisantemi, i fiori della morte.

I gattici, di Giovanni Pascoli: analisi e figure retoriche

Questa poesia, scritta nel 1889 e pubblicata il 17 novembre dello stesso anno sulla rivista fiorentina «Vita nuova», fu poi inserita nel 1892 nella seconda edizione di Myricae.
Il componimento è un sonetto con rime secondo lo schema ABBA, ABBA, CDE, CDE.

Nella prima strofa prevale la descrizione del paesaggio: l’atmosfera è sospesa e quasi sognante. I pioppi, che nella bella stagione avevano foglie dai riflessi argentati, protendono i loro rami spogli; la nebbia è metaforicamente «pigra», perché stenta ad alzarsi e «sfuma», cioè offusca, tutte le cose all’intorno.

Nella seconda strofa compare il contrasto tra la stagione primaverile e quella autunnale, che non sono nominate esplicitamente, ma suggerite dal parallelismo tra gli avverbi di tempo «già» e «allor» (un tempo, cioè in primavera) e «ora» (ripetuto due volte, a indicare l’autunno). Il poeta, in questo modo, istituisce un’analogia tra le stagioni e la vita dell’uomo: la primavera è la stagione in cui tutto rinasce e si proietta verso l’estate, mentre l’autunno spoglia la natura di tutta la sua bellezza. Così è per la vita dell’uomo: la primavera corrisponde alla giovinezza, piena di promesse e speranze, l’autunno è preludio all’inverno, simbolo di vecchiaia e presentimento di morte.
La metafora «gocciare il pianto in cuor mi sento» (v. 8) allude proprio al dolore del poeta per l’irrimediabile perdita dell’estate: il suo cuore lacrima. Egli, che in primavera voleva affrettare il corso del tempo («al tempo allor gridai, Cammina»), ora avverte il senso di precarietà e di morte che pervade la natura.

Questo senso di morte che pervade la natura è espresso nelle due terzine costituite da un unico periodo nominale (le due terzine, infatti, sono costituite da un unico periodo in cui è sottinteso il verbo “restano” o “rimangono”). La serie di aggettivi e sostantivi evidenzia la desolazione del paesaggio: le nevi sono «inerti» (senza vita), le piogge sono «squallide» (l’aggettivo, attraverso un’ipallage, è più da riferire alla vita del poeta, che diventa squallida a causa delle piogge continue), le «ire» del vento sono «lunghe», i giorni sono «brevi» e sembrano «tramonti infiniti» (perché la luce è poco intensa, simbolo di malinconia e tristezza). Tutto si dissolve («vanire») e sfiorisce. L’unico fiore presente è il crisantemo, ma è un simbolo di morte (perché viene deposto sulle tombe dei defunti).

La costruzione del testo ai versi 3-4, 5-6 e 7-8 è rovesciata per il ricorso all’iperbato. La E in posizione iniziale sembra alludere a un’attesa finalmente soddisfatta. Tuttavia la stessa congiunzione ha nelle terzine (dove torna sei volte, con polisindeto) una connotazione negativa, in quanto elenca e unisce particolari di disfacimento e di morte: in tal modo il componimento si chiude con un tono desolato e privo di speranza. A questa impressione negtiva cooperano anche il forte enjambement «tramonti/infiniti» (vv. 12/13), che enfatizza la condizione di decadenza e l’impotenza del poeta, e la insistenza sulla vocale i (allitterazione) negli ultimi tre versi (e in particolare al verso 13).

I gattici di Giovanni Pascoli: commento

Il tema della poesia è quello della morte: guardando il paesaggio autunnale, il poeta si ricorda della primavera e sente con dolore che la stagione sta precipitando verso l’inverno, cioè verso il periodo dei «crisantemi» e dei morti; le illusioni della giovinezza sono passate esattamente come le «gemme» primaverili sono diventate foglie ingiallite trasportate dal vento.

Il tema della morte e la desolazione del poeta sono ricorrenti nella poesia di Pascoli: ne L’assiuolo il notturno lunare, in apparenza sereno, nasconde una minaccia e il canto dell’uccello si trasforma in presagio di morte; in Novembre l’aria è ingannevolmente gemmea e il profumo del prunalbo è solo un’illusione: in realtà è «l’estate fredda dei morti».