Nella piazza di San Petronio di Carducci

1839
Nella Piazza di San Petronio di Carducci, parafrasi, analisi e commento
Nella Piazza di San Petronio di Carducci

Nella piazza di San Petronio di Carducci è inserita nella raccolta Odi barbare ed è datata 9-12 marzo 1876.

Metro: strofe di distici elegiaci. L’esametro è reso da un settenario, oppure da un quinario o anche da un senario, comunque seguiti da un novenario. Il pentametro è reso da un quinario o anche da un settenario, comunque seguiti da un settenario.

Nella piazza di San Petronio parafrasi

vv. 1-2 Si erge (surge) nel nitido (chiaro) inverno la cupa (fosca) Bologna dalle mille torri (turrita) e sopra la città il colle splende (ride) bianco di neve.

vv. 3-6 È l’ora soave in cui (che) il sole che sta tramontando (morituro) saluta le torri e la tua chiesa (‘l tempio), San (divo) Petronio; le torri i cui merli sono sfiorati (lambe) dall’ala di tanti secoli, e la solitaria vetta (cima) della (del) solenne chiesa (tempio).

vv. 7-10 Il cielo brilla con il freddo splendore di un diamante (adamantino); l’aria (aër) è distesa (giace) come velo d’argento sulla piazza (su ‘l foro), sfumando leggera (lieve) intorno (a torno) alle costruzioni (le moli) che il braccio armato (clipeato) degli avi eresse (levò) minacciose (cupe).

vv. 11-18 Sugli alti tetti (fastigi) il sole si attarda (s’indugia) illuminando (guardando) con una languida luce (sorriso) violacea, che sembra (par) che risvegli l’anima dei secoli nella girigia pietra e nello scuro (fosco) vermiglio mattone, e desta (sveglia) un malinconico (mesto) desiderio di rossi tramonti di maggio, di calde sere profumate (aulenti), quando le donne nobili (gentili) danzavano in piazza e i consoli tornavano con i re vinti.

vv. 19-20 Così (tale) la musa sfuggente (fuggente) anima (ride) il (al) verso del poeta in cui trema un effimero (vano) desiderio della bellezza antica.

Nella piazza di San Petronio di Carducci: l’analisi e il commento

Tutto il componimento è giocato su una similitudine: come il sole morente di un nevoso giorno invernale illumina la chiesa di San Petronio, a Bologna, e, nella piazza, i palazzi medievali del Comune e del Podestà, restituendoli all’antico splendore; così la Musa del poeta, sorridendogli fuggevolmente, sembra concedergli per un attimo di ridare vita alla bellezza antica cui invano egli tende. La poesia quindi va letta a partire dal suo verso conclusivo.

L’intera poesia appare costruita sull’opposizione presente / passato. Il presente è connotato dall’inverno, dalla luce chiara e fredda, dall’aria rigida, dal biancore della neve. Il passato è connotato invece dal colore rosso dei tramonti di maggio, dal calore, dai profumi primaverili; dall’immagine di bellezza, grazia e gentilezza delle «donne gentili» che danzano in piazza e dall’immagine di forza e di eroismo guerriero dei consoli che tornano con i re vinti.

Il passato è sede della bellezza, della pienezza vitale e dell’eroismo; è una sorta di paradiso perduto, verso cui si protende la nostalgia del poeta. Proprio perché il desiderio è «vano», quel passato è ormai irraggiungibile, scomparso per sempre, mentre l’uomo moderno, vile e mancante di spirito eroico, è condannato a vivere nella bruttezza e nello squallore dell’età contemporanea.

Il lessico è colto, pieno di latinismi: «Surge», «turrita» al v. 1, «morituro» al v. 3, «tempio» per “chiesa” e «divo»  al v. 4, «foro» per “piazza” al v. 9, «clipeato» al v. 10, «fastigi» al v. 11, «aulenti» al v. 16. Fanno parte del linguaggio aulico «adamantino» al v. 7, «aër» al v. 8, «desio» al v. 15.

Molto elaborata è anche la sintassi. Spesso il soggetto è posposto e il verbo collocato in chiusura del periodo. L’esempio più significativo è dato dal periodo che si apre al v. 11 e si conclude al v. 18: il periodo pone in chiusura il soggetto («consoli») e il verbo («tornavano»), quasi a dare il massimo risalto all’operato dei consoli, che dopo le eroiche imprese, tornavano con semplicità alle dimore domestiche.

Il ritmo si snoda ampio e solenne, scandito dalla metrica barbara: Carducci sostituisce i versi italiani, basati sul ricorrere degli accenti, con i versi greci e latini, basati sulla differenza tra le sillabe lunghe e quelle brevi.

A questo proposito scrisse lo stesso poeta: «Queste odi le intitolai barbare, perché tali sarebbero agli orecchi e al giudizio dei Greci e dei Romani, sebbene composte nelle forme metriche della loro lirica».

Per un approfondimento e una maggiore comprensione leggi pure Giosue Carducci – La vita, la poetica, le opere