Nevicata di Giosuè Carducci parafrasi e analisi

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Nevicata di Giosuè Carducci - analisi del testo

Nevicata di Giosuè Carducci: testo, parafrasi, commento, figure retoriche, schema metrico.

Questa poesia chiude le Odi barbare di Carducci; fu composta tra il gennaio e il marzo 1881, durante un periodo particolarmente doloroso per il poeta: la morte dell’amata Carolina Cristofori Piva, trasfigurata in versi con il nome di Lidia.

Nevicata di Giosuè Carducci testo

Lenta fiocca la neve pe ‘l cielo cinerëo; gridi,
suoni di vita più non salgono da la città,

non d’erbaiola il grido o corrente rumore di carro,
non d’amor la canzon ilare e di gioventù.

Da la torre di piazza roche per l’aëre le ore
gemon, come sospir d’un mondo lungi dal dì.

Picchian uccelli raminghi a’ vetri appannati: gli amici
spiriti reduci son, guardano e chiamano me.

In breve, o cari, in breve – tu càlmati, indomito cuore – giù al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò.

Parafrasi Nevicata di Giosuè Carducci

Metrica: distici elegiaci, in cui l’esametro è reso da un settenario (una sola volta da un ottonario, al v. 7) seguito da un novenario, mentre il pentametro è reso da un settenario tronco (una volta, al v. 8 da un ottonario tronco) seguito da un ottonario tronco.

vv 1-4 La neve cade (fiocca) lenta per il cielo (pe ‘l cielo) grigio (cinerëo): non si levano (salgono) più gridi, suoni di vita dalla città. non [si leva] più il grido dell’erbaiola o rumore di carro in corsa (corrente), non [si leva] la canzone gioconda (ilare) d’amore e di gioventù.

vv. 5-6 Le ore [suonate dalle campane] risuonano lamentosamente (gemono) fioche (roche) attraverso l’aria della torre della (di) piazza, come sospiri di un mondo fuori (lungi) dal tempo (di).

vv. 7-8 Uccelli vagabondi (raminghi) battono (picchiano) ai vetri appannati: sono le anime (spiriti) degli amici che tornano (reduci) [dall’oltretomba], guardano e chiamano proprio me.

vv. 9-10 Fra (In) breve, o cari [amici], fra (in) breve – tu calmati, cuore indomabile  (indomito) – verrò giù verso il (al) silenzio, riposerò nell’oscurità (ne l’ombra).

Nevicata di Giosuè Carducci commento

Dalla città ammantata di neve non giungono più al poeta, chiuso nel suo studio, le varie voci della vita: né il grido dell’erbaiola né il rumore delle carrozze né alcun altro suono.

In un silenzio di morte, le ore della torre del palazzo comunale in piazza San Petronio, a Bologna, scandiscono, gemendo, il trascorrere del tempo. E gli uccelli, picchiando con il becco sui vetri appannati, sembrano le voci amiche dei morti che chiamano il poeta.

La lirica testimonia un momento di tristezza del poeta che, vecchio e stanco, vede nella giornata grigia e nevosa una sorta di anticipazione della morte che presto verrà a recargli il tanto atteso riposo.

Nevicata Carducci analisi

Nevicata di Carducci Temi

Il tema centrale della poesia è il tema della morte, sempre presente in Carducci. Il paesaggio ci introduce subito nello stato d’animo del poeta attraverso l’aggettivo «cinereo», al v. 1: indica un colore (il grigio del cielo) e nello stesso tempo rimanda alla “cenere”, simbolo di morte.

Le negazioni, rese attraverso l’anafora del «non» (che torna tre volte fra il v. 2 e il v. 4) e rafforzate dal «più» del v. 2, rinviano a una situazione che nega la vita e che si colloca già oltre essa.

Anche i suoni delle ore, mentre confermano il motivo della fugacità del tempo, sembrano echi di un mondo sepolto e lontano dalla vita.

Perciò gli uccelli che battono ai vetri possono diventare un’immagine di spiriti morti che chiamano il poeta nell’oltretomba (metafora).

Nevicata di Giosuè Carducci Figure retoriche

vv. 1-2 Lenta… città: l’inversione dell’ordine normale della parola (iperbato), che pone in risalto l’aggettivo «Lenta» e il verbo «fiocca» anticipa l’atmosfera di stanchezza e malinconia che pervade tutta l’ode, conferendo inoltre un avvio lento e cadenzato al verso. Il sostantivo «gridi», in chiusura di verso, che sembrava sollevare il tono malinconico iniziale, ripreso, dopo l’enjambement, in apertura di verso dall’analoga espressione «suoni di vita», viene immediatamente soffocato dalla successiva negazione: «più non».

vv. 3-4 non… gioventù: la ripetizione della negazione in apertura di verso (anafora) infrange sul nascere il sussulto vitalistico che giunge attraverso i ricordi.

v. 3 corrente rumore di carro: l’accostamento di parole dalla sonorità simile (paronomasia) e il frequente ricorrere della lettera r hanno la funzione di riprodurre il rumore di un carro in corsa (onomatopea).

vv. 5-6 Da la torre… dal dì: la scansione franta del quinto verso, composto di bisillabi e monosillabi, suggerisce l’idea del lento rintocco delle ore. Il conferimento di sentimenti umani («gemon») a un concetto astratto come le «ore» (personificazione) suggerisce il sentimento doloroso che provocano i rintocchi delle ore in chi li sente come scorrere di istanti sempre più remoti e prossimi alla fine, cioè «come sospir d’un mondo lungi dal dì».

vv. 7-8: gli uccelli che picchiano ai vetri appannati sono gli amici che, sotto forma di spiriti, ritornano per chiamare il poeta (metafora).

vv. 9-10 In breve… riposerò: la ripetizione dell’espressione «In breve» e la successiva proposizione parenteica («tu calmati indomito cuore») producono un effetto di rallentamento ritmico e un’atmosfera di abbandono senile, subito interrotti e smentiti dalle tre aprole tronche: «giù», «verrò», «riposerò», che sottolineano la virile determinazione del poeta di accettare la morte con serenità.