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Patrizi e plebei: chi erano, le differenze, le lotte

Patrizi e plebei erano le due categorie sociali in cui era divisa la società della Roma antica. I patrizi, pur essendo la minoranza, costituivano il ceto dominante e ad essi la legge e la ricchezza conferivano privilegi e potere: godevano di tutti i diritti e potevano ricoprire cariche pubbliche. I plebei, invece, che pure costituivano la maggioranza della popolazione libera, non partecipavano alle decisioni pubbliche: dovevano solo obbedire, lavorare e combattere. Questa esclusione fu all’origine di un conflitto tra le due classi che caratterizzò i primi due secoli della Repubblica e che portò a significative riforme a favore della plebe.

Vediamo ora nel dettaglio chi erano i patrizi e chi erano i plebei e i conflitti tra essi, che portarono alle riforme che permisero l’accesso dei plebei alle magistrature e i matrimoni misti.

Chi erano i patrizi

I patrizi erano i patres, i «padri» fondatori della città. Essi discendevano dalle famiglie più antiche che per prime avevano occupato i sette colli e si erano appropriate dei terreni migliori. Formavano un gruppo ristretto e impenetrabile, l’aristocrazia. Essi:

  • erano al centro della vita politica di Roma;
  • avevano molti privilegi;
  • erano più tutelati dalle leggi.

Chi erano i plebei

I plebei facevano parte della plebs o plebe, un termine che significava «moltitudine». Erano immigrati laziali arrivati dopo la fondazione di Roma e avevano quindi dovuto accontentarsi, se fortunati, dei campi meno redditizi.

Tra essi, oltre ai contadini, c’erano gli artigiani e i commercianti e anche i plebei nullatenenti, chiamati proletari (cioè «proprietari soltanto della loro prole, dei loro figli»). Costoro non potevano aspirare a nulla; vivevano alla giornata, confidando nelle distribuzioni gratuite di cereali oppure si ponevano al servizio di qualche ricco patrono in qualità di clienti.

Gli scontri tra patrizi e plebei e le successive conquiste

Fino all’inizio del V secolo a.C. Roma rimase saldamente nelle mani dell’aristocrazia, i plebei erano esclusi da qualsiasi decisione politica ma cominciarono a premere perché fosse permesso loro di partecipare alla vita pubblica accedendo alle magistrature.

La secessione dell’Aventino

Il momento di massima tensione si ebbe nel 494 a.C. (secessione dell’Aventino), quando i plebei si ritirarono sul colle Aventino e si rifiutarono di combattere nell’esercito. I patrizi decisero allora di riconoscere l’istituzione del tribunato della plebe (prima 2 poi 10 tribuni), una magistratura che aveva il compito di difendere gli interessi popolari di fronte al Senato. I tribuni erano inviolabili nella persona e portatori del diritto di veto con cui potevano bloccare le leggi ritenute contrarie agli interessi della plebe. I tribuni potevano presentare leggi popolari, i plebisciti.

Poi furono istituiti gli edìli (2 plebei e 2 patrizi), che si occupavano dei lavori pubblici (acquedotti, strade) e avevano il compito di controllare i mercati e di gestire gli spettacoli pubblici.

Le XII Tavole

Nel 451 a.C. i plebei ottennero l’emanazione delle prime leggi scritte di Roma: le celebri Dodici Tavole. Le leggi ora erano scritte e valevano per tutti i tutti i cittadini, plebei e patrizi, che dovevano rispettarle.

Abolizione dei matrimoni misti

Pochi anni dopo l’emanazione delle Dodici Tavole, si procedette a revocare il divieto di nozze tra patrizi e plebei. Ciò si verificò nel 445 a. C. con la legge Canuleia. L’abolizione del divieto dei matrimoni misti permise ai plebei di stringere legami con le famiglie patrizie, aumentando il loro potere e influenza.

Le leggi che permisero l’apertura delle magistrature ai plebei

Il IV secolo a.C. portò nuove leggi che permisero ai plebei di concorrere per tutte le magistrature anche per il consolato (leggi Licinie Sestie del 367 a.C.) e il pontificato (Lex Ogulnia del 300 a.C.).

Infine, con la legge Ortensia (Lex Ortensia del 287 a.C.) ai plebisciti fu riconosciuto valore di legge per tutti i cittadini. A Roma era dunque in vigore un ordinamento misto patrizio-plebeo in grado di dirigere lo Stato tramite il Senato e le cariche magistraturali.

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