Patrizi e plebei: chi erano, le differenze, le lotte

Nell’antica Roma, la società romana era divisa in due categorie sociali: patrizi e plebei.

I patrizi erano i patres, i «padri» fondatori della città. Essi erano i discendenti delle famiglie più antiche che per prime avevano occupato i sette colli, si erano appropriate dei terreni migliori e formavano un gruppo ristretto e impenetrabile, l’aristocrazia.

I plebei facevano parte della plebs o plebe, un termine che significava «moltitudine». Erano immigrati laziali arrivati dopo la fondazione di Roma e avevano dovuto accontentarsi, se fortunati, dei campi meno redditizi. Infatti, tra loro vi erano anche i plebei nullatenenti, che erano chiamati proletari (cioè «proprietari soltanto della loro prole, dei loro figli») e non potevano aspirare a nulla, vivevano alla giornata, confidando nelle distribuzioni gratuite di cereali o ponendosi al servizio di qualche ricco patrono in qualità di clienti.

Fino all’inizio del V secolo a.C. Roma rimase saldamente nelle mani dell’aristocrazia, ma i plebei cominciarono a premere perché fosse permesso loro di partecipare alla vita pubblica accedendo alle magistrature.

La prima conquista, ottenuta con la cosiddetta secessione sul Monte Sacro (494 a.C.), fu l’istituzione del tribunato della plebe (prima 2 poi 10 tribuni), una magistratura plebea che aveva il compito di difendere gli interessi popolari di fronte al senato. I tribuni erano inviolabili nella persona e portatori del diritto di veto con cui potevano bloccare le leggi ritenute contrarie agli interessi della pebe; furono riconosciuti anche dagli aristocratici e potevano presentare leggi popolari, i plebisciti. Poi furono istituiti gli edìli (2 plebei e 2 patrizi), che avevano il compito di controllare i mercati e di gestire gli spettacoli pubblici.

Nel 451 a.C. i plebei ottennero l’emanazione delle prime leggi scritte di Roma: le celebri Dodici Tavole.

Pochi anni dopo l’emanazione delle Dodici Tavole, si procedette a revocare il divieto di nozze tra patrizi e plebei. Ciò venne fatto nel 445 a. C. con la legge Canuleia.

Il IV secolo a.C. portò nuove leggi che permisero ai plebei di concorrere per tutte le magistrature anche per il consolato e il pontificato.

All’inizio del III secolo a.C. ai plebisciti fu riconosciuto valore di legge per tutti i cittadini: a Roma era dunque in vigore un ordinamento misto patrizio-plebeo in grado di dirigere lo Stato tramite il Senato e le cariche magistratuali.