lezione di anatomia del dottor deyman
Rembrandt van Rijn, La lezione di anatomia del dottor Deyman, olio su tela, frammento 100x132 cm, 1656. Amsterdam, Rijksmuseum

Quello che vediamo della Lezione di anatomia del dottor Deyman è quanto resta di un più grande ritratto di gruppo, di cui mancano almeno una parte superiore e una a sinistra; la parte inferiore con la firma è rimasta. Si ha notizia di un incendio che guastò la tela nel 1723.

L’opera fu commissionata all’artista dalla gilda dei chirurghi. Oltre vent’anni prima, Rembrandt aveva dipinto La lezione di anatomia del dottor Tulp, un quadro con il quale, raccogliendo le figure degli allievi e del maestro intorno al cadavere, aveva rinnovato la tradizione del ritratto multiplo.

Nel 1632, anno della prima Lezione, Rembrandt è un ventiseienne ben noto e benestante, sulla via di un matrimonio d’amore e di interesse; nel 1656, dopo anni di vera gloria, è rovinato, quasi dimenticato, costretto a mettere all’asta i suoi beni.

Rembrandt, Lezione di anatomia del dottor Deyman: descrizione

Rembrandt in Lezione di anatomia del dottor Deyman raffigura una reale dimostrazione pubblica di dissezione avvenuta il 29 gennaio 1656.

La figura del chirurgo che opera è il dottor Deyman, quella che assiste è il maestro della gilda Gysbreacht Calcoen, il corpo già scavato è quello di Joris Fontein, un delinquente impiccato qualche giorno prima.

Il corpo esanime e lacerato è tutto in luce e un’ombra di annullamento occupa il cavo vuoto; fra i tesori di Rembrandt dispersi all’asta sappiamo che c’erano incisioni di maestri italiani, fra cui Mantegna: lo scorcio in cui è visto il corpo di Fontein ricorda il suo Cristo morto (per la descrizione del Cristo morto di Andrea Mantegna clicca qui), ma non ha la pace del Signore. Le braccia forti sono distese verso il primo piano, come nello sforzo di un respiro. Ombre profonde scavano le orbite e le guance. La massa di colore che avvolge la testa è invece la più viva e la più calda di tutta la tela: quasi una fontana dorata e rosea, spartita in due flutti che scendono intorno al volto. La testa, appoggiata, appare invece sollevata.

Le mani che operano sono in piena luce, rese più evidenti dai polsini bianchi. Rembrandt definisce le mani sapienti dell’uomo che opera con cura e con esattezza ci mostra il gesto. Tocchi sottili di colore, dal rosso al bianco, scandiscono la forma delle dita. Un filo bianco ritrae la lama dei bisturi.

In luce anche il viso e le mani di Gysbreacht Calcoen, vestito bene con la severità in uso nelle città protestanti; ciò che regge tra le mani a prima vista può sembrare una ciotola, ma nella luce essa rivela la sua terribile ambiguità: non è una ciotola, è la calotta cranica di Fontein. Gysbreacht guarda con spassionata attenzione le mani che governano il bisturi. Il polso del braccio destro è appoggiato all’anca, mentre l’indifferenza con cui l’altra mano regge la calotta cranica, ce l’ha fatta sembrare a prima vista una qualsiasi scodella.