Cristo morto di Mantegna – Descrizione

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Cristo morto Mantegna
Cristo morto di Andrea Mantegna, 1480 circa, tempera su tela, 66x81 cm, Milano, Pinacoteca di Brera

Il Cristo morto Mantegna lo eseguì fra il 1475 e il 1478. Si tratta di un dipinto su tela oggi conservato presso la Pinacoteca di Brera a Milano.

È tra le opere più famose di Andrea Mantegna (1431-1506), uno dei principali artisti rinascimentali attivi nel nord Italia. A lui va il merito di aver contribuito a diffondere il nuovo stile soprattutto nell’area lombardo-veneta.

Il Cristo morto di Mantegna è un’opera dal forte impatto visivo. La posizione del Cristo, assai originale, fa sì che ci appaia come un uomo reale in carne e ossa. Prima del Cristo del Mantegna, mai il Figlio di Dio era stato raffigurato in una dimensione così concreta e materiale.

Cristo morto di Mantegna – storia dell’opera

Il Cristo morto Mantegna lo eseguì in epoca matura. Alla morte del pittore si trovava ancora nello studio dell’artista; si trattava probabilmente di un quadro a uso privato, forse destinato alla sua cappella funebre.

Il mese successivo alla morte del Mantegna (13 settembre 1506), suo figlio Ludovico, accennando ai dipinti rimasti nello studio del padre, in una lettera inviata al marchese Francesco Gonzaga, ricorda “un Cristo scurto” (ossia scorcio).

Il Cristo morto rimase di proprietà della famiglia Gonzaga almeno fino al 1627, quando tutta la collezione fu dispersa. Nel 1806 il Cristo morto venne acquistato a Roma dal pittore e scrittore Giuseppe Bossi (1777-1815) e nel 1824 venne ceduto all’Accademia di Brera di Milano.

Cristo morto Mantegna – descrizione

Quasi tutto lo spazio del dipinto è occupato dalla figura del Cristo disteso su una lastra sepolcrale di pietra rossastra; il corpo è avvolto nel sudario, mentre all’estremità (a destra) si nota il vasetto degli unguenti, utilizzato per cospargere di oli ed essenze il cadavere di Gesù prima della sepoltura.
La figura pare quasi contrarsi e accorciarsi sotto l’effetto di un arditissimo punto di vista, che porta lo spettatore direttamente dentro la scena, in piedi davanti alla figura del Cristo.

Mantegna fa un uso ardito della prospettiva, adottando la tecnica dello scorcio, così chiamata perché «accorcia» le figure accentuando al massimo l’effetto prospettico.

Ciò contribuisce a concentrare l’attenzione sui particolari anatomici: le piaghe lasciate dai chiodi sui piedi e sulle mani; il torace rigonfio; il capo abbandonato.
Cristo assume così una dimensione monumentale simile a quella di un eroe antico scolpito nella pietra, in un’immagine di intensa drammaticità.

Per dare più rilievo alla figura del Cristo, Andrea Mantegna elimina quasi del tutto l’ambientazione circostante, lasciandoci appena intravedere i volti, segnati dalle rughe, della Madonna, che si asciuga le lacrime con un fazzoletto; di San Giovanni, che piange e tiene le mani unite; più in ombra, quello della Maddalena.

Il colore opaco e quasi monocromo della tempera e la luce un po’ livida che colpisce il corpo da destra, definiscono le forme e i piani prospettici della composizione in profondità.

La luce si concentra su pochi elementi: il volume squadrato e rigido della lastra sepolcrale, le pieghe del sudario, l’ambiente cupo e spoglio.