La Rivolta dei Ciompi - Lo stemma dell'Are della lana, XV secolo, terracotta invetriata. Museo dell'Opera del Duomo, Firenze.
La rivolta dei Ciompi - Lo stemma dell'Arte della lana, XV secolo, terracotta invetriata. Museo dell'Opera del Duomo, Firenze.

La Rivolta dei Ciompi – Uno degli aspetti più gravi della crisi del Trecento fu la riduzione dei traffici commerciali e la conseguente crisi delle manifatture urbane. Le difficoltà del settore provocarono duri scontri tra i datori di lavoro, che cercavano di scaricare sui lavoratori i costi della crisi, e i lavoratori stessi.

A Firenze, dove tra il 1343 e il 1345, fallirono le banche dei Peruzzi e dei Bardi (i re di Francia e d’Inghilterra rifiutarono di restituire ai banchieri le ingentissime somme ottenute in prestito), particolarmente grave era la situazione degli operai dell’Arte della Lana, chiamati Ciompi.

I Ciompi non avevano alcuna organizzazione; erano remunerati con paghe da fame per giornate lavorative che duravano anche 18 ore; erano molto numerosi (circa 10.000 divisi in 279 botteghe) e rappresentavano circa un terzo della manodopera fiorentina impiegata in attività manifatturiera.

Di fronte alla crisi che colpì il settore, con minacce di licenziamenti e ripetute riduzioni di salari, i Ciompi avevano tentato già nel 1344 di darsi un’organizzazione autonoma, ma il governo del Comune era intervenuto a favore degli interessi padronali, negando l’autorizzazione a qualsiasi forma di riunione. La situazione precipitò nel 1378 con una rivolta di vaste proporzioni. Alla sua base, come fattore scatenante, fu una crisi politica.

Ecco come andarono le cose: nel conflitto tra le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini, che si contendevano il governo comunale, il gonfaloniere Salvestro dei Medici cercò di far prevalere i Ghibellini chiedendo l’appoggio popolare.

Questo appello al popolo, accompagnato da promesse di riforme, mise in moto una reazione a catena che sfociò nella rivolta. Mentre i palazzi signorili e i monasteri venivano dati alle fiamme, i Ciompi, guidati da un capo operaio, Michele di Lando, s’impadronirono del palazzo del podestà.

Grazie all’appoggio dei rappresentanti delle Arti minori (che vedevano nella rivolta l’occasione per assumere più influenza delle Arti maggiori), i Ciompi ottennero la creazione di tre nuove Arti del popolo minuto – Farsettai, Tintori e l’Arte dei Ciompi – e la presenza dei loro rapresentanti nel governo per un terzo: all’organizzazione dei padroni si affiancavano così quelle degli operai.

La grande borghesia guardò con disprezzo e timore a questo sovvertimento che innalzava a posti di responsabilità individui sconosciuti e di umili origini. La loro reazione non si fece attendere: i padroni dell’Arte della lana proclamarono la serrata, lasciando chiuse e inattive le loro botteghe, provocando il malcontento popolare.

La lotta politica si inasprì ulteriormente. La svolta decisiva avvenne quando le Arti minori, che in precedenza avevano sostenuto l’azione dei Ciompi, ruppero questa solidarietà, nel desiderio di ridare fiato alle attività produttive e ai traffici. In seguito a nuovi scontri armati l’Arte dei Ciompi fu sciolta e i suoi capi con i loro seguaci furono imprigionati o giustiziati; tutte le conquiste dei rivoltosi furono abrogate. Nel 1382, infine, fu ristabilito a Firenze il governo oligarchico, saldamente in mano alla fazione guelfa.

Perché la rivolta dei Ciompi fallì?

La rivolta dei Ciompi fallì soprattutto per il suo relativo isolamento: i Ciompi miravano a obiettivi che riguardavano principalmente la loro categoria (miglioramenti salariali, libertà di organizzazione, egemonia politica ecc.), il resto della popolazione non fu profondamente coinvolta nella sommossa e nessuno elaborò un messaggio capace di mobilitarla, così come non fu coinvolta la popolazione delle campagne.

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