Istorie fiorentine di Niccolò Machiavelli, riassunto

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Istorie fiorentine di Niccolò Machiavelli: riassunto

Nel 1520 Niccolò Machiavelli venne incaricato dal cardinale Giulio de’ Medici, rettore dello Studio fiorentino, di scrivere una storia di Firenze. Le Istorie fiorentine, in otto libri, furono scritte tra il 1520 e il 1525, quando furono consegnate a Giulio de’ Medici divenuto papa col nome di Clemente VII. Saranno pubblicate postume nel 1532. I fatti storici narrati si arrestano alla morte di Lorenzo il Magnifico (1492).

Le Istorie fiorentine in otto libri

Il primo libro contiene un ampio excursus sulla storia d’Italia a partire dalla caduta dell’impero romano. Il secondo libro parla della fondazione di Firenze e giunge sino al 1353; poi, a partire dal terzo libro, la cronaca dei fatti diventa sempre più analitica e minuziosa.

Il Proemio delle Istorie fiorentine

Nel Proemio l’autore avvisa che avrebbe voluto iniziare il racconto storico dal 1434, anno a cui si erano fermate le storie scritte nel secolo precedente da Leonardo Bruni e da Poggio Bracciolini, ma che è stato costretto a partire da più lontano, perché i due storici avevano evitato di trattare in modo diffuso le discordie civili fiorentine precedenti a questa data. Ma proprio dal resoconto delle divisioni e degli errori del passato è possibile trarre motivi di insegnamento per il presente.

Le Istorie fiorentine: la storia come maestra di vita

Ancor più della documentazione, a Machiavelli interessa l’interpretazione dei fatti storici, in modo da trarne insegnamento. E infatti, sotto il profilo della documentazione, le Istorie fiorentine lasciano molto a desiderare: l’autore non fa specifiche ricerche ma si limita a seguire le sue fonti (da Villani e Capponi a Bruni) senza neppure confrontarle fra loro, ma scegliendo di volta in volta la versione dei fatti che più si presta alla sua interpretazione politica. Egli vuole raccontare la storia di Firenze mostrando come lo smarrimento delle antiche virtù municipali, la lotta delle fazioni, la mancanza di gruppi dirigenti capaci, l’incapacità di assumere a modello l’antica Roma hanno prodotto la crisi politica della città e, più in generale, di tutti gli Stati italiani.

I temi di fondo, dunque, sono gli stessi dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio.

Per mantenere un’autonomia di giudizio, Machiavelli si ferma alla morte di Lorenzo il Magnifico senza raccontare fatti più attuali e quindi senza dover giudicare l’operato recente dei Medici, dai quali sperava che, dopo questo incarico, gliene affidassero altri e quindi desiderava ardentemente far cosa grata ai suoi signori. Inoltre, Machiavelli, si serve dell’artificio dei “discorsi”, messi in bocca ai protagonisti, per esporre il proprio punto di vista. In particolare, facendo parlare gli “avversari” di Firenze Machiavelli può avanzare le proprie interpretazioni senza incorrere nell’accusa di parzialità.