la donna islamica
Miniatura turca raffigurante le mogli del profeta Maometto

La donna islamica secondo i precetti del Corano: la sua condizione, i suoi diritti e i suoi doveri dal punto di vista religioso e sociale.

Molti versetti del Corano sono dedicati alla donna, alla sua condizione, ai suoi diritti e ai suoi doveri. Dal punto di vista religioso, l’islam pone la donna e l’uomo su un piano di completa uguaglianza. È Dio stesso a dichiarare per bocca di Maometto che gli sono gradite in pari misura le buone azioni dell’una e dell’altro e che tutte saranno ugualmente ricompensate.

Dal punto di vista sociale, però, è innegabile che il Corano sia espressione della società in cui prese forma, con le sue istituzioni fortemente discriminatorie per la donna islamica.

La prima di queste istituzioni discriminatorie è la poligamia, cioè la possibilità concessa solo agli uomini di sposare fino a quattro mogli. Questo uso, profondamente radicato nella cultura araba, è riconosciuto come lecito nel Corano, ma vincolato all’obbligo per il marito di trattare allo stesso modo tutte le mogli e al consiglio di sposarne una sola se  non si è certi di poter essere equi.

Anche le regole riguardanti il divorzio sono fortemente vantaggiose per l’uomo. Per i musulmani il matrimonio è un contratto giuridico tra lo sposo e il rappresentante legale della sposa, la quale deve, però, essere consenziente. Il divorzio, per il diritto islamico, può avvenire solo per il ripudio della moglie da parte del marito, che non è tenuto a fornire alcuna giustificazione. La moglie ripudiata viene separata dai figli e si ritrova spesso in miseria. Non le resta che vivere a carico della propria famiglia di origine, che però non ha nessun obbligo legale nei suoi confronti e che l’accoglie solo come atto di carità.

Altre disposizioni contenute nel Corano riguardanti la donna islamica sono l’obbligo di indossare il velo e la segregazione. Il Corano prescrive alle donne adulte di non mostrare il proprio corpo, nemmeno il volto, se non ai mariti e, in generale, ai componenti maschi della famiglia. Allo stesso tempo, raccomanda alle donne di non uscire dai luoghi a loro destinati. Oggi, queste norme appaiono gravemente limitative della libertà personale femminile (peraltro, sono moltissime le donne islamiche che oggi non portano il velo).

Nell’Arabia di Maometto, però, il velo aveva la funzione di far riconoscere immediatamente la donna come vera credente, da rispettare, distinguendola così dalle concubine e dalle schiave. Il velo quindi evitava alla donna di essere molestata. Era inoltre un uso molto diffuso nelle culture orientali dell’epoca, tanto che gli arabi lo ereditarono dalla cultura bizantina. Allo stesso modo la segregazione della donna in stanze a lei assegnate e vietate agli uomini trovava un corrispettivo nel gineceo, diffuso nell’antica Grecia e anche nel mondo bizantino. Qui però l’abitarvi non escludeva le donne dalla vita pubblica, cosa che invece accadeva nel mondo islamico.

In alcuni casi però il messaggio di Maometto contribuì decisamente a migliorare la condizione femminile. Il Profeta, per esempio, condannò con durezza l’infanticidio femminile, cioè la terribile usanza di uccidere le figlie femmine perché considerate un peso per le famiglie rispetto a un figlio maschio, utile per il lavoro e che non necessitava di dote per il matrimonio.

Anche in materia di eredità, le disposizioni del Corano rappresentarono sicuramente un miglioramento della condizione delle donne. Venne infatti stabilito che potevano ereditare sia i figli maschi che le femmine, sebbene i primi in misura maggiore. Teniamo anche qui presente che in molte culture dell’epoca la donna non aveva alcun diritto in materia di eredità e di proprietà privata, ma anzi tutto ciò che aveva apparteneva ai maschi della sua famiglia.

E ancora: in materia di adulterio il Corano poneva per la prima volta uomini e donne sullo stesso piano, stabilendo per entrambi la fustigazione pubblica con cento colpi di frusta.

Benché il Corano abbia cercato in alcuni punti di limitare i precetti e le norme preesistenti nel mondo arabo, la posizione della donna all’interno della famiglia e della società islamica era ed è tuttora debole, tanto più in rapporto agli standard culturali del mondo occidentale, che ha conosciuto un lungo (e non ancora concluso) processo di emancipazione femminile.

Inoltre, in alcuni paesi islamici, che definiamo integralisti per la rigida applicazione delle leggi religiose, tutte queste norme del Corano sono state inasprite: la fustigazione per i casi di adulterio, per esempio, è affiancata dalla lapidazione, una pratica orrenda che prevede il lancio di pietre contro i due adulteri fino alla loro morte. Allo stesso tempo, la discriminazione nei confronti del sesso femminile comporta l’esclusione della donna islamica dalla vita pubblica. E il velo, che in principio copriva la testa e parte del volto, è in seguito diventato un mantello nero che cancella la femminilità e nasconde la personalità stessa della donna (per un approfondimento leggi La questione del velo islamico).