La scuola nell’antica Roma si strutturò in maniera sistematica a partire dal II secolo a.C. Fino ad allora nella società romana non vi furono scuole. L’educazione era un affare prettamente familiare e domestico, basato sui valori del mos maiorum («costume degli antenati»): erano i genitori a curare direttamente l’educazione e l’istruzione dei figli. Solo successivamente, a partire dal II secolo a.C. e specialmente dopo la conquista della Grecia, l’influenza ellenistica portò all’istituzione di vere e proprie scuole.
La scuola nell’antica Roma – I genitori i primi maestri
Fino all’età di sei anni era la madre a occuparsi dei bambini maschi e femmine; poi subentrava il pater familias, che impartiva ai figli maschi i rudimenti di grammatica e aritmetica. Inoltre trasmetteva loro i valori del “costume degli antenati”, il mos maiorum (la “pietas“, il rispetto che si deve agli dèi, alla patria, alla famiglia; la “fides“, la lealtà; la “gravitas“, la severità o serietà degli anziani e del buon capofamiglia; la “costantia“, la fermezza, l’integrità morale; la “magnanimitas“, la grandezza d’animo; l'”industria“, l’operosità, la vita dedicata al fare). Per questo i padri conducevano i figli alle cerimonie pubbliche, sia civili che religiose, perché essi apprendessero le usanze e i valori basilari degli antenati.
La figura del precettore
A partire dal II secolo a.C., dopo le guerre puniche e la conquista della Grecia, i Romani delle classi più agiate iniziarono a servirsi di un maestro privato, il paedagogus, «precettore», in genere un liberto o uno schiavo istruito, quasi sempre un greco, poiché i Greci all’epoca erano molto più colti dei Romani.
Le scuole romane nell’antica Roma
Chi non poteva permettersi un precettore mandava i propri figli alle scuole pubbliche (ludus) gestite da professionisti pagati, per lo più Greci. Le spese ricadevano sempre sulle famiglie degli alunni, che pagavano una retta mensile. Fu sotto la dinastia flavia (69-96 d.C.) che sorsero le prime scuole davvero pubbliche, cioè pagate dallo Stato. Quintiliano fu il primo insegnante stipendiato dall’imperatore, ma si trattò di un’eccezione. Di solito i maestri di scuola elementare, i grammatici, facevano molta fatica a farsi pagare dalle famiglie dei loro studenti.
I cicli d’istruzione della scuola nell’antica Roma
La scuola ai tempi dei Romani era organizzata in tre cicli, a cui accedevano principalmente i maschi delle classi abbienti. I tre cicli d’istruzione erano focalizzati su istruzione primaria, grammatica e retorica: scuola primaria (ludus litterarius), scuola secondaria (scuola del grammaticus o litterator), scuola superiore (scuola del rhetor, il maestro di eloquenza).
La scuola primaria
Nella scuola primaria (ludus litterarius), simile alla nostra scuola elementare, i bambini e le bambine dai sette ai dodici anni imparavano a scrivere, leggere e contare. Le lezioni erano tenute dal magister ludi o litterator, che insegnava a leggere e a scrivere, mentre un maestro detto calculator insegnava a far di conto.
Arrivate a dodici anni, le bambine lasciavano la scuola per seguire con la madre le faccende domestiche. Appena possibile si dava loro un marito. Nelle famiglie patrizie venivano insegnati loro la letteratura, la musica e il canto. Anche la maggior parte dei maschi, completata la scuola primaria, smetteva di studiare e imparava un mestiere.
La scuola secondaria
La scuola secondaria era frequentata da studenti di età compresa tra i dodici e i quindici anni, figli delle famiglie più ricche. L’insegnamento era impartito dal grammaticus (o litterator), con la lettura dei maggiori scrittori greci e latini e con nozioni di storia, filosofia, geografia, astronomia e fisica. In età imperiale gli autori proposti come modello erano soprattutto Terenzio, Sallustio, Cicerone e Virgilio.
La scuola superiore
La scuola superiore era chiamata scuola di retorica e concludeva il terzo ciclo di istruzione, al quale accedevano quasi esclusivamente i figli degli aristocratici, poi avviati alla vita pubblica. Era affidata al rhetor, il «maestro di eloquenza», che insegnava l’arte del parlare, ovvero la retorica, a giovani tra i quindici e i diciassette anni. Saper parlare in pubblico e convincere l’uditorio era infatti fondamentale per l’attività forense e la vita politica.
Chi aveva concluso questo percorso spesso lo coronava con una sorta di “master“ all’estero. Le mete più rinomate erano le scuole filosofiche e scientifiche di Atene, Alessandria d’Egitto, Rodi o Pergamo.
L’organizzazione della scuola ai tempi dei Romani
L’anno scolastico durava otto mesi, a partire dalla fine di marzo, con un’interruzione durante i mesi estivi. Quando c’era il mercato (nundinae), ogni nove giorni, gli alunni non andavano a scuola, come anche nei giorni dedicati a festività religiose e civili.
L’orario scolastico era di sei ore al giorno: mattina e pomeriggio con l’intervallo per il prandium a casa propria. I progressi nell’apprendimento erano valutati con una prova mensile. Non c’erano edifici scolastici veri e propri, ma si teneva lezione all’aperto in cortili (pergulae) o in una taberna. Non si usavano banchi; il maestro stava seduto su una sedia con spalliera (cathedra), gli scolari su sgabelli e tenevano sulle ginocchia il materiale scrittorio: la tavoletta bianca cerata, il foglio di papiro o la pergamena (pelle di pecora macerata e levigata).
Sul papiro e sulla pergamena si scriveva con il calamus («cannuccia») appuntito e intinto nell’inchiostro (atramentum); sulle tavolette cerate si scriveva invece con lo stilus, un bastoncino con una punta da una parte (per scrivere) e una spatola dall’altra (per cancellare).
L’apprendimento si basava soprattutto sulla ripetizione e i maestri non lesinavano bacchettate sulle mani o sulla schiena per costringere gli allievi a imparare a memoria i testi degli autori o a rispettare la disciplina. Il poeta Orazio conservò sempre un odio accanito per il suo maestro Orbilio, autentico terrore della sua infanzia, da lui soprannominato plagosus, “dallo schiaffo facile”.

