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Machiavelli – Il Principe capitolo 18 riassunto e spiegazione

Il capitolo 18 de Il Principe di Machiavelli si apre sulla seguente contraddizione: tutti sono d’accordo nel dire che sarebbe una cosa bella e lodevole (laudabile) se un principe vivesse in maniera retta, osservando i patti e mantenendosi onesto (integro). Ma, di fatto, l’esperienza insegna che le cose vanno diversamente, e che proprio tradire la fiducia degli altri e comportarsi in maniera astuta ha permesso a molti principi di avere più successo di quelli che si sono comportati con lealtà. Come risolvere questa contraddizione?

In primo luogo, Machiavelli si rivolge direttamente al suo allievo e dedicatario del libro, Lorenzo de’ Medici; in secondo luogo si serve, per la sua spiegazione, non di argomenti filosofici ma di metafore.

Il Principe capitolo 18 riassunto e spiegazione

La prima metafora: l’uomo e la bestia

La prima metafora è quella dell’uomo e della bestia. Esistono, dice Machiavelli, due modi (generazioni) di combattere: si può combattere con le leggi e si può combattere con la forza. Il primo modo è proprio dell’uomo, il secondo degli animali. Il principe è certamente un uomo, e saprà certamente adoperare le leggi a suo vantaggio. Ma dal momento che il ricorso alla legge non sempre è sufficiente («molte volte non basta», rigo 8) dovrà anche essere in grado di usare la forza, come gli animali.

La seconda metafora: il centauro, la volpe e il leone

Questa combinazione di umanità e di animalità è giustificata da Machiavelli attraverso una seconda metafora che chiama in causa la mitologia. I poeti antichi dicono che Achille e «molti altri di quelli principi antichi» furono allevati dai centauri, la figura mitologica metà uomo e metà cavallo, che serve a rappresentare quello che il principe deve saper essere, secondo l’occorrenza: animale oppure uomo («mezzo bestia e mezzo uomo», rigo 13).

Nel terzo paragrafo (righi 15-29) la metafora continua e si perfeziona: a quali animali, tra i tanti che ci sono, dovrebbe ispirarsi il principe? La risposta di Machiavelli è celebre: un buon principe deve essere in parte volpe (golpe), cioè astuto, abile a evitare le trappole (lacci); e in parte leone (lione), cioè forte e capace di spaventare i lupi («sbigottire e’ lupi», rigo 18), ovvero i suoi avversari.

L’utilità della finzione

Pertanto, conclude Machiavelli, un principe saggio (prudente) dovrà tradire i patti, se questi vanno contro i suoi interessi o se le ragioni per cui li ha stipulati non sono più valide per lui («sono spente le cagioni che la feciono promettere», righi 20-21). Abbia soltanto l’accortezza di colorire, cioè di coprire questo suo tradimento con scuse e inganni. Tanto, sostiene Machiavelli, gli esseri umani sono così sprovveduti, così concentrati sul presente e incapaci di guardare al futuro, che se ne troveranno sempre molti che si lasciano ingannare.

Ciò che Machiavelli ha detto sin qui trova conferma nell’operato e nel destino di papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia): un uomo che per tutta la sua vita ha giurato senza mai tenere fede ai giuramenti e che ciononostante (anzi, proprio per questo) ha avuto successo in ogni sua impresa, «perché conosceva bene questa parte del mondo» (rigo 34), cioè sapeva bene come andavano queste cose. Apparire è dunque, conclude Machiavelli, il vero segreto per un governante: sembrare buono, fedele, umano, religioso, essere insomma un bravo attore; ma all’occorenza essere capace di spogliarsi di tutte queste virtù e fare il contrario rispetto a ciò che la virtù suggerirebbe di fare.

Attenzione: questo non significa che il giudizio morale vada sospeso e che qualsiasi mezzo sia lecito pur di ottenere il potere. Machiavelli non giustifica mai, moralmente, il male, ma non nasconde né a se stesso né al lettore che una condotta malvagia può, in certi casi, essere opportuna o addirittura necessaria se l’obiettivo è quello di conquistare e di mantenere il potere.

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