Rosso Malpelo di Giovanni Verga. Riassunto

Rosso Malpelo è uno dei capolavori di Giovanni Verga. Questa novella fu pubblicata per la prima volta nel 1878 e poi riunito in Vita dei campi nel 1880. Una nuova redazione, definitiva, della novella apparve nella edizione illustrata di Vita dei campi del 1897.

Rosso Malpelo: riassunto

La novella narra di un ragazzo che lavora in una cava di sabbia in Sicilia. Tutti lo chiamano Malpelo perché secondo un pregiudizio popolare, coloro che hanno i capelli rossi sono malvagi per natura. È tiranneggiato da tutti: è picchiato dal sorvegliante, dalla madre e dalla sorella e viene emarginato dai compaesani.

All’inizio è protetto dal padre, Mastro Misciu, detto Bestia per il suo carattere remissivo. Questi però un giorno accetta un lavoro molto pericoloso: abbattere un pilastro all’interno della cava. Il pilastro gli cade addosso. Rosso Malpelo scava inutilmente con le mani nude, cercando di recuperare il padre.

Restato solo e indifeso, Rosso Malpelo inizia a comportarsi peggio, sembra compiacersi di essere considerato cattivo e temuto e comincia a esercitare sui più deboli la violenza che subisce. Riempie allora di botte il suo povero asino e infierisce su Ranocchio, un altro infelice adolescente come lui, ma di lui più debole fisicamente, per “educarlo” alla lotta per la vita. Rosso Malpelo sostiene infatti che nel mondo gli animali, le persone e persino le cose  – come la rena «traditora» – combattono gli uni contro gli altri per la propria sopravvivenza: «La rena […] somiglia a tutti gli altri, che se sei più debole ti pestano la faccia; e se sei più forte, o siete in molti, come fa lo Sciancato, allora si lascia vincere» (righi 129-131); «L’asino va picchiato, perché non può picchiare lui; e s’ei potesse picchiare ci pesterebbe sotto i piedi e ci strapperebbe la carne a morsi» (righi 122-124); «Se ti accade di dar delle busse, procura di darle più forte che puoi; così gli altri ti terranno da conto, e ne avrai tanti di meno addosso» (righi 125-126).

Eppure Malpelo fa di tutto per proteggere Ranocchio quando si aggrava (ruba soldi dalla paga settimanale che consegna regolarmente alla madre per comprare vino e minestra calda e gli dona i calzoni del padre). Ma Ranocchio muore di tisi e Rosso Malpelo ora è definitivamente solo: anche la madre e la sorella sono andate a vivere altrove, dopo essersi entrambe maritate.

Un giorno alla cava arriva un nuovo lavorante, nessuno sa chi sia, dicono si tratti di un evaso. Ma la vita alla cava è talmente dura che egli un giorno dichiara di preferire la vita in prigione al confronto e va via.

Rosso Malpelo, abbandonato da tutti e con il solo obiettivo di diventare «come il grigio [l’asino che tra botte e stenti è morto] o come Ranocchio», accetta di esplorare una galleria abbandonata. Prende il piccone, la zappa, la lanterna di suo padre, il sacco col pane, il fiasco di vino e se ne va. Nessuno lo rivedrà più. I lavoratori della cava ancora temono di vederselo spuntare da un momento all’altro con i suoi «capelli rossi e gli occhiacci grigi».

Rosso Malpelo: analisi e commento

Rosso Malpelo è un “ragazzaccio” dai capelli rossi che lavora in una cava di sabbia della Sicilia, un povero infelice, precocemente indurito – fino ad apparire cinico e spietato – dai rigori della vita e dall’atrocità della sua condizione di sfruttato. In realtà, Malpelo nasconde dentro di sé una sua umanità e un suo bisogno di amore che riversa nel rapporto, in apparenza violento, con Ranocchio, e, soprattutto, in quello, tutto intimo e silenzioso, con il padre, morto in un incidente sul lavoro nella cava, nella quale anche Malpelo finirà i suoi giorni, senza lasciare alcuna traccia di sé.

La novella Rosso Malpelo contiene e sviluppa i capisaldi della poetica verghiana sia dal punto di vista ideologico sia dal punto di vista espressivo: l’attenzione al mondo degli umili, dei perseguitati e dei reietti, la sostanziale visione pessimistica della condizione umana, il procedere “oggettivo” e analitico della narrazione e l’adozione di un linguaggio “popolare”.

Eppure di fronte al suo personaggio, Giovanni Verga, pur senza dimenticare il suo programma di narratore esterno e estraneo ai fatti, non può non commuoversi e non esprimere amaramente la sua profonda simpatia per gli umili come Malpelo, disumanizzati e resi malvagi, cinici e violenti dalle circostanze della vita.

Dal punto di vista stilistico-espressivo, il racconto non si svolge in modo organico, nel rispetto di una rigorosa successione degli eventi, ma si sviluppa per aggregazione successiva dei fatti, attraverso anticipazioni, riprese e aggiunte, proprio come se la vicenda di Malpelo, anziché narrata dal Verga, fosse narrata dagli stessi protagonisti, mediante i loro gesti e le loro parole.