Il teatro epico di Bertolt Brecht e lo straniamento

Il teatro epico di Bertolt Brecht e l’effetto di straniamento spiegato semplice

Ispirato dal marxismo, al quale aderisce, Bertolt Brecht elabora una sua ben precisa teoria drammaturgica. Egli considera come primo “destinatario” del suo teatro il proletariato, che deve, attraverso la riflessione sulle vicende rappresentate, educarsi alla critica storico-politica.

Una volto postosi questo “scopo” essenziale, Brecht elabora i “mezzi” per realizzarlo e giunge così alla concezione di un teatro nuovo che definisce “teatro epico” per contrapporlo a quello tradizionale.

Mentre il teatro tradizionale è volto a suscitare forti emozioni e a turbare lo spettatore, il teatro epico di Brecht si rovolge alla ragione dell’uomo e mira a produrre nello spettatore un “effetto di straniamento“, cioè di distacco dello spettatore dalla vicenda rappresentata, in modo che, senza lasciarsene coinvolgere sentimentalmente, possa esserne “giudice” consapevole.

Brecht raggiunge questo effetto di straniamento con vari accorgimenti tratti tutti, con grande libertà, da diverse tecniche teatrali. Introduce così nei suoi drammi il “prologo” e l'”epilogo” (già usati dal teatro classico), introduce “cartelli” a commento della scena (traendoli dal teatro elisabettiano) e inserisce a commento dei fatti “canzoni” e “canzonette” (traendole dall’operetta o dal caberet).

Naturlmente la scenografia deve essere essenziale e funzionale alla vicenda ed è quindi caratterizzata da frequenti cambiamenti di scena a sipario aperto e da scene simultanee.

Nella recitazione l’attore deve presentare, “narrare”, il personaggio, non immedesimarsi in esso: guardandolo “dal di fuori”, deve spingere gli spettatori a fare altrettanto, per giungere al giudizio obiettivo.