Auriga e le corse dei carri
Il console Giunio Basso accompagnato dagli aurighi, IV sec. [dalla basilica di Giunio Basso, Palazzo dei Conservatori, Roma]

L’auriga era l’esperto fantino che, nell’antica Roma, durante le corse dei carri, guidava bighe e quadrighe, trainate rispettivamente da due o quattro cavalli.

Le corse dei carri erano amatissime dai Romani e gli aurighi si sfidavano in gare all’ultimo respiro.

Le corse si svolgevano all’interno del circo (a Roma si tenevano nel Circo Massimo). Il circo era una struttura a forma di rettangolo molto allungato, in cui uno dei due lati corti era arrotondato, mentre l’altro era costituito dai carceres, ovvero i box da cui prendevano il via i carri; al centro si trovava una pista divisa longitudinalmente dalla spina, un muretto delimitato alle estremità da due colonnine chiamate metae. Su tutto il resto del perimetro erano costruite le gradinate per il pubblico.

L’abilità dell’auriga consisteva in particolare nel riuscire a far girare il carro il più possibile vicino alla meta, per evitare di essere superato in curva da altri concorrenti, ma evitando a propria volta di urtare la meta stessa, cosa che poteva provocare una rovinosa caduta, con ribaltamento del carro.

aurighi

Tanto grande era la passione dei Romani per queste gare che anche alcuni imperatori – come Caligola, Nerone, Commodo e Caracalla – scendevano nella pista a gareggiare come auriga.
Per organizzarle, quindi, i privati e l’imperatore spendevano somme ingenti. Cavalli di pura razza erano infatti acquistati nelle regioni più lontane e addestrati con grande cura; stalle e allevamenti attrezzatissimi erano mantenuti con grande dispendio di risorse.

L’auriga era un vero e proprio idolo delle folle. i nomi dei più bravi aurighi erano sulla bocca di tutti, i loro ritratti esposti nelle osterie e per le strade.

L’auriga era spesso un liberto. Attraverso la fama e i guadagni poteva raggiungere una posizione sociale invidiabile, e le sue imprese persino cantate dai poeti.

Le gare dei cavalli infuocavano l’entusiasmo popolare, stimolavano la pratica delle scommesse, canalizzavano un tifo fanatico. Il tifo si divideva generalmente fra quattro squadre o fazioni (factiones), ciascuna con un proprio capotifoso, che aveva lo specifico compito di incitare il pubblico. Non che ce ne fosse bisogno: le tifoserie partecipavano in modo appassionato, tumultuoso e spesso violento (anche perché su ogni gara erano organizate scommesse in denaro, dette sponsiones).

Ciascuna squadra o fazione era caratterizzata dal colore della tunica dell’auriga: factio albata (squadra bianca); veneta (azzurra); russata (rossa); prasina (verde). Ciascuna fazione aveva i propri sostenitori, oltre che un’efficiente organizzazione interna: un capo, un consiglio, un portavoce, fondi comuni, amministratori.

Ciacuna tifoseria poteva essere riconosciuta dai tratti esteriori. Al tempo di Giustiniano, la fazione azzurra adottò per esempio una moda chiamata «alla unna»: gli appartenenti non si radevano barba e baffi secondo l’uso romano, ma li facevano crescere all’ingiù; si rapavano inoltre fino alle tempie, lasciando invece lunghissimi e incolti i capelli sulla nuca. Anche l’abbigliamento era particolare: le maniche della tunica, strettissime intorno ai polsi ed esageratamente ampie sulle spalle, davano l’impressione di una grande prestanza fisica e quando, freneticamente, applaudivano gli aurighi prediletti, le loro vesti si gonfiavano come palloni.