Indipendenza India dal dominio britannico

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Indipendenza India dal dominio britannico

L’indipendenza India dal dominio britannico. Riassunto di Storia.

L’indipendenza India dal dominio britannico – Le premesse

Subito dopo la prima guerra mondiale l’amministrazione inglese aumentò lo sfruttamento dei propri domini coloniali, di cui l’India rappresentava la colonia più importante sul piano economico e strategico.

Gli inglesi cercarono anzitutto di adeguare al modello occidentale il sistema di vita del paese, che era caratterizzato da molti aspetti ancora primitivi. Tentarono perciò di indebolire il sistema delle caste in cui la società indiana era tradizionalmente divisa e – in ambito religioso – abolirono riti superstiziosi e crudeli come: l’uso di sopprimere le bambine appena nate perché non garantivano la continuità della famiglia nonché il rito della sati (in sanscrito «donna virtuosa»), che prevedeva l’obbligo per le vedove di gettarsi vive sul rogo del marito.

Gli inglesi realizzarono anche numerosi progressi materiali: trasformarono suoli sterili in terreni coltivabili, costruirono ospedali, strade e linee telegrafiche; aprirono scuole per insegnare la lingua inglese e la cultura europea. Questo favorì la formazione di una classe di indiani educati in stile occidentale, che auspicava un rinnovamento della società tradizionale, ma che iniziava anche a rivendicare una maggiore partecipazione al governo del paese.

Nel frattempo aumentava sensibilmente il numero di indiani che criticavano il governo inglese e giudicavano arrogante la sua pretesa di mantenere il dominio coloniale sull’India. Si svilupparono così i primi movimenti nazionalisti, che invitavano le masse a lottare per l’autogoverno e l’indipendenza dell’India.

Di fronte al crescente clima di malcontento generale, il governo britannico emanò nel 1919 l’Indian Act, che prevedeva l’istituzione di un’assemblea elettiva indiana con funzioni consultive; ma i nazionalisti e gli indipendentisti ritennero del tutto insufficienti le concessioni inglesi e ripresero la lotta per l’indipendenza.

Gandhi e il movimento per l’indipendenza dell’India

A guidare il movimento per l’indipendenza dell’India fu il Partito del Congresso con a capo Mohandas Karamchand Gandhi, detto il Mahatma, la «Grande Anima». Gandhi viaggiò per tutta l’India per convincere la sua gente a portare avanti una battaglia contro le imposizioni e le ingiustizie del regime inglese: le armi per questa lotta sarebbero state la resistenza passiva, le manifestazioni pacifiche, la disobbedienza civile e il boicottaggio delle merci di monopolio inglese.

Le intenzioni di agire pacificamente, tuttavia, degenerarono e Gandhi venne arrestato. Una volta scarcerato, promosse una clamorosa iniziativa chiamata «La marcia del sale», tenutasi dal 12 marzo al 5 aprile 1930: Gandhi e i suoi seguaci, dopo aver marciato fino alla spiaggia di Dandy, vicino a Bombay, raccolsero l’acqua del mare per produrre il sale autonomamente e trasgredire così le leggi del monopolio britannico. Gandhi e 60 000 persone furono arrestati.

Nello stesso anno si tenne a Londra una conferenza per discutere una nuova costituzione per l’India; Gandhi vi partecipò come rappresentante del suo paese, ma smise di collaborare quando si rese conto che il governo inglese non avrebbe concesso l’autogoverno.
Negli anni successivi seguirono altre campagne di disobbedienza civile, che furono represse duramente, ma di fronte al persistere delle proteste, gli inglesi furono costretti a concedere agli indiani uno spazio maggiore nell’amministrazione locale e un’autonomia più ampia alle singole province.

Indipendenza di India e Pakistan

Durante la seconda guerra mondiale il governo inglese costrinse migliaia di soldati indiani a partecipare al conflitto e in cambio di questa fedeltà promise all’India l’autonomia: l’indipendenza all’India fu concessa il 15 agosto 1947, imponendo la formazione di due nazioni distinte:
– l’Unione Indiana, con popolazione per lo più induista;
– il Pakistan, abitato prevalentemente da musulmani ed era a sua volta diviso in due parti, il Pakistan vero e proprio a ovest, e il Bengala, l’odierno Bangladesh, a est, separati da 1700 km di territorio indiano.

Tra musulmani e indù scoppiò una sanguinosa guerra di religione che causò un milione di morti e più di sei milioni di profughi: gli indiani di fede musulmana emigrarono in Pakistan, mentre i pakistani di religione induista si rifugiarono in India.

Assassinio di Gandhi

Quel popolo che, in nome dell’indipendenza, era stato non violento fino all’estremo sacrificio di sé, cadde poi preda del fanatismo religioso lasciando stupefatto il mondo che tanto lo aveva ammirato. Lo stesso Gandhi fu ucciso a Nuova Delhi il 30 gennaio 1948 da un induista estremista, Nathuram Godse, mentre si recava a una riunione di preghiera.

Oggi Pakistan e India sono ancora mortalmente nemici e rappresentano per il mondo una grave minaccia perché sono dotati entrambi di armi nucleari.

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