Purgatorio Canto 6. Riassunto e commento

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Purgatorio Canto 6. Riassunto e commento

Purgatorio Canto 6 della Divina Commedia di Dante Alighieri. Riassunto e commento.

Argomento del Canto 6 del Purgatorio:

  • Ressa delle anime che invocano suffragi (vv. 1-24)
  • L’efficacia delle preghiere (vv. 25-57)
  • Sordello da Goito (vv. 58-75)
  • Compianto sulla condizione dell’Italia (vv. 76-151)

Purgatorio Canto 6: Ressa delle anime che invocano suffragi (vv. 1-24)

Dante apre il Canto 6 (il Canto politico del Purgatorio) facendo un paragone tra il vincitore a zara (gioco a dadi), che dona parte della vincita alla folla che lo circonda per liberarsene, e se stesso, che ascolta le preghiere delle anime solo per farle allontanare.

Sono le anime di coloro che morirono di morte violenta, ma fecero in tempo a pentirsi dei loro peccati e ora chiedono di portarne notizie ai vivi perché si preghi per essi così da abbreviare il loro periodo in Purgatorio.

Tra esse, Dante scorge Benincasa da Laterina, giudice aretino ucciso dal bandito Ghino di Tacco; il nobile Federigo Novello; il pisano Gano degli Scornigiani, figlio di Marzucco, assassinato per volere del conte Ugolino; Pierre de la Brosse, ingiustamene impiccato per tradimento in seguito alle accuse di Maria di Brabante, regina di Francia. Ora il poeta si rivolge a lei e la ammonisce: si penta ed espii, se non vuole essere dannata.

Purgatorio Canto 6: L’efficacia delle preghiere (vv. 25-57)

Tutti seguitano a pregare affinché altri preghino per loro, così da giungere più presto in Paradiso. Dante ha però un dubbio: le preghiere possono davvero accelerare il cammino verso il Paradiso, oppure no, come lascia intendere Virgilio in un passo dell’Eneide, in cui nega esplicitamente che una preghiera possa modificare i decreti degli dei (allude alla risposta della Sibilla a Palinuro, che l’aveva supplicata di portarlo oltre l’Acheronte, sebbene insepolto [leggi Eneide Libro VI: riassunto]).

Virgilio risponde che quello che ha scritto vale per il suo mondo pagano, ma non per quello cristiano, perché la preghiera era pronunciata da pagani e non poteva come tale giungere a Dio. Virgilio esorta Dante ad attendere più profonde spiegazioni da Beatrice, nel Paradiso terrestre, in cima al Purgatorio: essa solo può aprire la mente alle verità rivelate e ai misteri divini.

Al solo nome di Beatrice, Dante riacquista le forze e sente di nuovo il desiderio di affrettare il passo. Ma Virgilio, che ha capito che Dante spera di poter arrivare in cima al Purgatorio quel giorno stesso, precisa che il viaggio durerà ancora qualche giorno.

Purgatorio Canto 6: Sordello da Goito (vv. 58-75)

Virgilio scorge un’anima, fiera e in disparte, a cui chiedere da che parte procedere per continuare l’ascensione sul monte del Purgatorio.

Interrogata da Virgilio su quale strada prendere per salire, l’anima non risponde ma chiede prima chi sia e dove sia nato. Virgilio iniza a rispondere con le parole del suo epitaffio: «Mantua me genuit» («Mi generò Mantova» nel senso: «Mantova mi diede i natali»). Ma essa, colpita e stupita da quella parola “Mantova”, subito interrompe il suo discorso e si precipita ad abbracciarlo e si presenta come Sordello, originario della sua stessa terra (per un approfondimento leggi Sordello da Goito, poeta e trovatore italiano).

Purgatorio Canto 6: Compianto sulla condizione dell’Italia e di Firenze (vv. 76-151)

Segue ora la famosa invettiva di Dante: «Ahimé Italia schiava («serva») di dolore, nave senza timoniere («nocchiere») in una grande tempesta, non più signora («donna») di province, ma prostituta («bordello»).

Dante contrappone il passato imperiale dell’Italia, che sotto Roma era signora di innumerevoli province, a un presente di frammentazione e quindi di degradazione (solo la monarchia universale, infatti, può dare ai popoli la libertà): l’Italia si offre ormai a chi la vuole.

Tutta la penisola è sconvolta da guerre: gli abitanti di una medesima città, che dovrebbero sentirsi uniti e legati a una stessa sorte, sono invece divisi in fazioni che si combattono con odio implacabile.

A che giova che l’imperatore Giustiniano abbia sistemato tutte le leggi nel Corpus iuris civilis, ponendo un limite ai disordini della penisola, se manca un potere centrale.

Gli uomini di Chiesa si sono appropriati indebitamente del potere temporale, ma non sanno guidare l’Italia e questa è decaduta. Manca l’autorità dell’imperatore, dal momento che Alberto I d’Asburgo, come già suo padre, Rodolfo, tutto preso dalle cure del regno di Germania, ha rinunciato all’effettivo esercizio della sua sovranità sulle terre d’Italia e alla difesa dei suoi diritii contro le crescenti usurpazioni dei papi.

Dopo aver invocato una giusta punizione sull’imperatore Alberto e sul suo successore (sarà Arrigo VII di Lussemburgo), Dante lo invita a venire in Italia a vedere le lotte tra le famiglie rivali, gli abusi subiti dai sui feudatari, Roma che piange e si lamenta per essere stata abbandonata dal suo sovrano, la gente che si odia. E se niente di ciò muove la sua pietà quanto meno venga a vergognarsi del discredito che si è acquistato tra gli Italiani con la sua condotta politica.

Dante si rivolge a Cristo stesso, chiedendogli se non ha rivolto altrove il suo sguardo, o forse in tutti questi mali è nascosto il seme di un futuro bene, che però non è ancora comprensibile.

Dante si rivolge infine a Firenze. Con tono amaramente ironico, il poeta presenta la sua città come se fosse immune da tutti i mali finora elencati. In realtà in essa dominano la superficialità e l’irresponsabilità di cittadini che fanno a gara per avere cariche pubbliche pur non avendo né capacità né preparazione.

Dante contrappone ironicamente le leggi di Atene e Sparta (le costituzioni di Solone e di Licurgo), famose nell’antichità per la loro giustizia e per la loro durata, a quelle fiorentine destinate ad avere brevissimo corso. Firenze è come un malato che si rigira nel letto, cercando inutilmente sollievo.