La Postilla amiatina è una breve annotazione aggiunta a margine in un atto notarile, redatto dal notaio Rainerio nel gennaio 1087, in cui è riportata la donazione di alcuni beni da parte dei coniugi Micciarello e Gualdrada all’abbazia benedettina di San Salvatore sul monte Amiata (da cui prende il nome la postilla), in Toscana.
Le postille sono le annotazioni notarili che vengono apportate negli atti ufficiali. La Postilla amiatina segue in ordine cronologico l’Indovinello Veronese e il Placito capuano. Come essi, la Postilla amiatina è una delle testimonianze più antiche e significative che documenta il passaggio dalla lingua latina alla lingua volgare (la lingua parlata dal volgo, il popolo). Attualmente la Postilla amiatina si trova nell’Archivio storico di Siena.
Postilla amiatina – Testo e traduzione
L’atto notarile è scritto totalmente in latino, ma, a conclusione dell’atto, il notaio ha aggiunto il seguente testo (cioè la “postilla”) in lingua volgare:
Ista cartula est de caput coctu
Ille adiuvet de illu rebottu
Qui mal consiliu li mise in corpu.
Traduzione del testo
Questa carta è di Capocotto (caput coctu è il soprannome dato a Micciarello) e gli dia aiuto contro il Maligno (rebottu) che un mal consiglio gli mise in corpo.
Il significato della Postilla amiatina
Gli studiosi sono incerti sul significato della Postilla amiatina: probabilmente il notaio allude in modo ironico a qualche colpa o peccato commesso in passato da Micciarello e augura che la donazione ai monaci benedettini giovi alla sua anima contro il Maligno, ispiratore di quell’errore.
Secondo tale interpretazione, il testo esprime la precisa volontà di mettere per iscritto uno scongiuro che avrebbe la potenzialità di proteggere Micciarello.
Analisi linguistica
Si tratta di tre versi (forse endecasillabi), con assonanza, misti di latino e volgare:
- cartula (carta) è diminutivo del latino charta;
- adiuvet è forma latina del congiuntivo presente del verbo latino adiuvo, adiuvāre, qui con significato di augurio;
- rebottu sembra derivare dal francese ribaut, quindi “ribaldo”, “gozzovigliatore”. Qui indica il Malvagio, il Diavolo, che non è espressamente nominato, per una sorta di tabù linguistico.
L’aspetto linguisticamente più interessante è la conservazione della -u finale in varie parole, come accade ancora oggi nella zona.

