Il Placito capuano del 960 è una sentenza giudiziaria relativa a una contesa sorta per il possesso di alcune terre fra il monastero benedettino di Montecassino e un certo Rodelgrimo di Aquino. Il giudice nel suo verbale, redatto in latino, riporta in volgare la formula pronunciata dai testimoni, che giurano la legittimità del possesso dei monaci. Tale formula è la seguente: Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti. So che quelle terre, entro quei confini che qui sono contenuti (nella carta) per trenta anni le ha avuto in possesso la parte (cioè il monastero) di San Benedetto.
Il Placito capuano è un documento della massima importanza, perché è il primo documento ufficiale che testimonia per la prima volta in modo chiaro l’uso del volgare italiano distinto dal latino in un atto pubblico.
La disputa che ha dato origine al Placito capuano
Nel marzo del 960 Rodelgrimo di Aquino promosse una causa contro Aligerno, abate del monastero benedettino di Montecassino, al fine di vedersi riconoscere il possesso di certe terre che il monastero aveva occupato fino a quel momento.
La causa fu condotta davanti al giudice Arechisi di Capua, che ordinò al notaio Adenolfo di stendere il verbale della sua decisione (cioè il «placito»). Dal testo rogato dal notaio Adenolfo, tuttora conservato presso la biblioteca dell’Abbazia di Montecassino (FR), veniamo a sapere che il giudice Arechisi accolse e applicò una legge emanata nel 754 dal re dei Longobardi Astolfo, che faceva proprio il principio della prescrizione trentennale, già presente nel diritto romano: « Se alcun longobardo possieda qualche bene, e il responsabile di un’amministrazione religiosa glielo contesti, ed egli documenti di possederlo da trent’anni, e il suo possesso sia acclarato, continui a possederlo anche in seguito. Similmente facciano le amministrazioni religiose dei beni che esse possiedono, se dai Longobardi ne sia mossa la contestazione».
Nel documento sono anche trascritte le testimonianze di un chierico e di due abitanti del luogo. Essi dichararono, sotto giuramento, di sapere che quelle terre erano in possesso del monastero benedettino di Montecassino da più di trent’anni. Il giudice Arechisi, in forza di tali testimonianze e in assenza di un documento o di altra testimonianza della controparte, risolse il contenzioso attribuendo le terre in questione alla proprietà dell’Abbazia di Montecassino.
Sao ko kelle terre: la “formula” in volgare campano
La formula pronunciata dai testimoni non è trascritta o sintetizzata da Adenolfo in latino, ma viene riportata nel volgare campano, cioè nella lingua usata dai testimoni stessi.
Vi proponiamo la parte più significativa del Placito capuano, tradotto dal latino in cui è scritto. In corsivo, invece, potete leggere la formula di giuramento dei testimoni in volgare campano, ripetuta più volte e in modo sempre uguale e completo, ogni volta che viene pronunciata da un testimone diverso.
Facemmo restare innanzi a noi il predetto Mari chierico e monaco e lo amonimmo che sotto il timor di Dio ci precisasse quel che della questione sapesse in verità. Egli, tenendo in mano la predetta memoria prodotta dal sopra menzionato Rodelgrimo, e toccandola con l’altra mano, rese la seguente testimonianza:
Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.
Nella lingua italiana di oggi:
So che quelle terre, entro quei confini che qui sono contenuti (nella carta) per trenta anni le ha avuto in possesso la parte (cioè il monastero) di San Benedetto.
Dall’esame della formula Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti è facile constatare che la lingua usata, seppur mantenga qualche traccia di latino (infatti sao deriva da scio, fini da fines, possette da possedit, sancti Benedicti, poi, è un genitivo latino), è chiaramente “volgare”. Siamo dunque il presenza del primo documento in volgare italiano.
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