dialetti italiani: quando nacquero. Classificazione

Dialetti italiani: quando nacquero. Classificazione.

Dialetti italiani: quando nacquero

Quando l’Impero romano d’occidente cadde e in Italia arrivarono i cosiddetti “popoli barbarici“, la conseguenza principale di quegli eventi fu che ogni regione, e quasi ogni vallata, cominciò a vivere una vita per suo conto, perdendo per lungo tempo i contatti con le regioni vicine. In questa situazione anche il latino – che molti secoli prima si era affermato in tutta l’Italia e aveva unificato la penisola e le isole – si frantumò in tante parlate diverse. Nacquero così i tanti dialetti italiani.

I dialetti italiani a quel tempo (nel Medioevo) si chiamavano volgari, termine che non voleva dire “rozzi”, ma semplicemente indicava la lingua parlata dal popolo (dal latino vulgus), una lingua che, col passare dei secoli, si era differenziata notevolmente dal latino classico.

I dialetti italiani, cioè le varie parlate locali, sono ancora oggi una precisa realtà linguistica: sono vere e proprie lingue con una loro struttura grammaticale, un loro lessico, una loro storia e una loro letteratura, in prosa e in versi, e costituiscono un eccezionale patrimonio linguistico e culturale di tutti gli Italiani.

Dialetti italiani: classificazione

I dialetti parlati in Italia sono ancora oggi numerosissimi. Sono solitamente classificati in cinque gruppi:

  1. dialetti settentrionali, parlati in tutto il territorio a nord della linea ideale che va all’incirca da La Spezia a Rimini e che coincide con la dorsale dell’Appennino. Il gruppo dei dialetti settentrionali viene a sua volta suddiviso in due sottogruppi:

a) dialetti gallo-italici, così chiamati perché quei territori erano anticamente abitati dai Celti e quindi conservavano tracce del sostrato linguistico celtico. Comprendono il piemontese, il lombardo, il trentino, il ligure e l’emiliano-romagnolo;

b) dialetti veneti, che comprendono il veneziano, il veronese, il vicentino-padovano, il trevigiano, il feltrino-bellunese, il triestino e il veneto-giuliano;

2. dialetti toscani, che comprendono il fiorentino, l’aretino-chianaiolo, il senese e il pisano-lucchese-pistoiese;

3. dialetti meridionali centrali, che comprendono i dialetti laziale-umbro-marchigiano settentrionali;

4. dialetti meridionali intermedi, che comprendono i dialetti laziale-umbro-marchigiano meridionali, l’abruzzese-molisano, il campano, il pugliese, il lucano, il calabrese settentrionale;

5. dialetti meridionali estremi, che comprendono il calabrese meridionale, il salentino e il siciliano.

Due altri gruppi di dialetti hanno caratteristiche proprie che ne fanno vere e proprie lingue autonome. Sono:

  1. dialetti sardi, che comprendono:

a) dialetti sardi settentrionali, cioè il gallurese e il sassarese;

b) dialetti sardi meridionali, cioè il logudorese e il campidanese;

2. dialetti ladini (da latinus, “latino”) o retoromanzi (perché il sostrato prelatino era costituito da una lingua retica), che comprendono:

a) il friulano, parlato nel Friuli-Venezia-Giulia;

b) il dolomitico o ladino propriamente detto, parlato nelle valli delle Dolomiti in Alto Adige;

c) il romancio, parlato però fuori d’Italia, nel cantone dei Grigioni (Svizzera).

Il friulano e il ladino, riconosciuto come lingue ufficiali, sono insegnati nelle scuole accanto all’italiano. Per un approfondimento leggi Minoranze linguistiche in Italia: le ragioni storiche