Dei Sepolcri parafrasi, carme Ugo Foscolo

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dei sepolcri parafrasi

Dei Sepolcri parafrasi del carme di Ugo Foscolo composto nel 1806 e pubblicato nel 1807. In esso Foscolo vi esprime la sua alta concezione della poesia, capace di rendere eterni i più profondi valori umani e civili.

Il carme è formato da 295 endecasillabi sciolti.

 

Dei Sepolcri parafrasi dei vv. 1-90

Il sonno della morte è forse meno doloroso (duro) se la tomba è ombreggiata da cipressi e se il sepolcro (l’urne) è confortato dal pianto dei cari rimasti in vita? (la domanda è retorica ed equivale a una negazione: la cura della tomba e il pianto dei vivi non servono al defunto, perché non possono evitare che la morte sia totale annullamento).

Quando (ove) per me (che sarò morto e non sentirò più nulla) il sole non feconderà più la terra, facendole generare questa bella famiglia di essere vegetali e animali, e quando le ore future non danzeranno dinanzi a me, attraenti per le promesse lusinghiere che esse recano con sé, e non udirò più da te, dolce amico (Pindemonte, a cui il carme è indirizzato), i tuoi versi regolati da una mesta armonia, e non parleranno più al mio cuore la poesia e l’amore, unico stimolo di vita spirituale (spirto) alla mia vita di esule, come potrà compensami dei giorni che non vivrò (di perduti) una pietra tombale che distingua le mie ossa dalla infinite altre che la morte dissemina per terra e per mare? (In sintesi: il fatto di avere una tomba non compensa i beni della vita che l’uomo perde morendo).

È proprio (ben) vero, Pindemonte! Anche la speranza (Speme), ultima dea, fugge le tombe (i sepolcri); e la dimenticanza (l’obblio) avvolge (involve) tutte le cose nella sua tenebra (notte); e una forza attiva (operosa) le trasforma incessantemente (le affatica) di movimento in movimento (di moto in moto); e il tempo tramuta (traveste) sia l’uomo sia le sue tombe sia le ultime tracce (l’estreme sembianze) sia ciò che è stato risparmiato (le reliquie) dalla terra e dal cielo.

 

Ma perché l’uomo (il mortale) dovrebbe privarsi (invidierà) prima del tempo dell’illusione che, una volta morto (spento), gli fa credere di essere ancora fermo (lo sofferma) sulla soglia (al limitar) di Dite? (In sintesi: anche se la ragione dimostra in maniera innegabile che la morte è la fine di tutto, perché l’uomo deve negarsi l’illusione di una sopravvivenza dopo di essa?)

Egli (ei) non continua a vivere anche sotto terra, quando la bellezza del mondo dei vivi (giorno) non potrà più parlargli, destargli sentimenti, se può suscitare l’illusione di essere ancora vivo nella mente dei suoi attraverso un’affettuosa partecipazione? (Cioè l’uomo si illude di non morire del tutto se rimane nel ricordo dei suoi).

Questa corrispondenza affettiva tra il morto e i viventi è una dote divina per gli uomini, dà cioè loro una forma di immortalità che li accomuna agli dèi; e grazie a tale corrispondenza spesso si vive con l’amico morto (estinto) e il morto con noi, se la sacra (pia) terra che lo ha accolto (lo raccolse) neonato (infante) e lo ha nutrito (lo nutriva) offrendogli (porgendo) l’ultimo albergo (asilo) nel suo grembo materno renda intoccabili (sacre) i suoi resti (le reliquie) dalle offese degli agenti atmosferici e dal piede profanatore degli uomini (del vulgo), e un sasso conservi il nome, e un albero (àrbore) amico profumato (odorata) di fiori consoli le ceneri con le sue ombre gradevoli (molli).

Solo chi muore senza legami affettivi non ricava nessun conforto dal pensiero di avere una tomba; se cerca di immaginare ciò che sarà di lui dopo la morte (se pur mira dopo l’esequie) vede la propria anima vagabondare (errar) in mezzo ai lamenti dei dannati nelle regioni infernali (templi Acherontei), o rifugiarsi sotto le grandi ali del perdono di Dio: ma lascia i suoi resti (la sua polve) alle ortiche di una terra (gleba) deserta dove non () prega donna innamorata né passante solitario (solingo) ode il sospiro che la natura ci manda dalla tomba.

Tuttavia (pur) una nuova legge (l’editto di Saint Cloud) oggi impone che le tombe siano fuori dei centri abitati e nega ai morti la possibilità di avere una lapide con il loro nome. E giace senza tomba il tuo Sacerdote (il poeta Giuseppe Parini), o Talia, che poetando per te coltivò con lungo amore un lauro nella sua povera casa e ti sonsacrò molte opere; e tu abbellivi (ornavi) del tuo riso le sue (gli) poesie che criticavano (pungean) i viziosi aristocratici (Sardanapàlo) lombardi, ai quali procura piacere (è dolce) solo il muggito dei buoi che dalle stalle (dagli antri) dell’Adda (abdüani) e dal Ticino lo rendono (fan) beato di ozi e di vivande.

Dove sei tu, o bella Musa? Fra queste piante dove io siedo e ricordo con desiderio (sospiro) la mia casa (il mio tetto)  materna non sento profumare l’ambrosia, indizio della tua divinità (Nume). Eppure (e) tu venivi e sorridevi a lui (cioè Giuseppe Parini) sotto quel tiglio che ora con fronde impoverite (dimesse) freme, o Dea, perché non copre la tomba (l’urna) del vecchio, a cui aveva già offerto generosamente (quand’era in vita) tranquillità e ombra.

Forse tu (si rivolge sempre alla Musa) cerchi (guardi) vagando (vagolando) fra le tombe (tumuli) umili (plebei) dove dorma la sacra testa del tuo Parini? La città (Milano), immorale (lasciva) appassionata (allettatrice) di cantanti castrati (evirati), non pose in suo onore (a lui) alberi (ombre) tra le sue mura, né (non) lapidi (pietra), né iscrizioni (parola); e forse il ladro che scontò (lasciò) sul patibolo i delitti gli insanguina le ossa con la testa mozzata.

Tu Musa, senti raspare fra le macerie e gli sterpi (i bronchi) la cagna randagia (derelitta) che va errando (ramingando) sulle fosse e ululando famelica, e senti l’immondo uccello lanciare il suo lugubre verso, con sui sembra rimproverare le stelle perché illuminano con il loro raggio pietoso le sepolture dimenticate. Invano invochi dalla notte arida delle rugiade sulla tomba del poeta. Ahi! sui morti purtroppo non spuntano fiori, se l’istinto non riceve le cure dei vivi che lo onorano con le loro lodi e con le lacrime, segno del loro amore.

 

Dei Sepolcri parafrasi vv. 91-150

Da quando le istituzioni della famiglia (nozze), della giustizia (tribunali) e della religione (are) consentirono agli uomini, che allo stato primitivo erano come belve feroci, di avere pietà e rispetto di se stessi e dei propri simili, i vivi sottraevano all’azione distruttrice dell’aria e alle belve i miseri resti che la natura, con un ciclo di continua trasformazione della materia (veci eterne) destina ad assumere altre forme.

Le tombe erano testimonianza delle glorie del passato (fasti) e altari per i figli; dalle tombe venivano i responsi dei defunti, divenuti Lari, divinità domestiche, e il giuramento pronunciato sulle ceneri degli antenati era considerato sacro. Le virtù tradizionali, congiunte con la pietà, tramandarono per una lunga serie di anni questo culto religioso dei morti, in diverse forme.

Non sempre le lapidi (i sassi) sepolcrali fecero (fean) da pavimento alle chiese (a’ templi); né sempre il puzzo (il lezzo) dei cadaveri mescolato (avvolto) agli incensi contaminò i devoti (i supplicanti); né le città furono sempre rattristate (meste) da scheletri  disegnati (effigiati): le madri scattano (balzan) nel sonno terrorizzate (esterrefatte), e tendono le nude braccia sulla testa amata del loro caro lattante così che (onde) non lo svegli (nol desti) il gemere prolungato (lungo) di una persona morta che chiede agli eredi le preghiere a pagamento (la venal prece) effettuate dalla chiesa (dal santuario).

Ma cipressi e cedri, riempiendo l’aria di puri profumi (effluvj), stendevano (protendean) sulle tombe il verde perenne delle loro fronde per eterna (perenne) memoria, e vasi preziosi raccoglievano le legrime offerte in voto (votive).

Gli amici del defunto rapivano una scintilla (una favilla) al sole (cioè accendevano una lamapada) per illuminare la notte sotterranea, perché gli occhi dell’uomo morendo cercano il sole; e tutti i petti dei moribondi rivolgono (mandano) l’ultimo sospiro alla luce fuggente.

Versando acque purificatrici (lustrali), le fontane nutrivano (educavano) amaranti e viole sul tumulo mortuario (funebre); e chi sedeva sulle tombe a versare (libar) latte e a raccontare le sue pene ai cari estinti sentiva intorno un profumo (una fragranza) come (qual) dell’aria dei beati Elisi.

Questa è un’illusione (insania) benefica (pietosa) che rende (fa) cari alle giovani (vergini) inglesi (britanne) i giardini (gli orti) dei cimiteri attorno alle città (de’ suburbani avelli), dove le conduce l’amore della madre perduta, dove pregarono i Geni di concedere il ritorno al valoroso (al prode, cioè l’ammiraglio Nelson) che troncò (tronca fe’) dell’albero maestro (del maggior pino) la nave conquistata (trionfata), e con quello si scavò la bara.

Ma dove invece è spento l’ardore di gesta eroiche (inclite) e la vita civile è dominata solo dalla smania di arricchirsi (opulenza) e dalla paura servile dinanzi al potere (tremore), colonne funebri (cippi) e tombe di marmo sono solo inutile sfoggio (pompa) e malaugurate (inaugurate) immagini di morte (dell’Orco).

Il popolo (il vulgo) intellettuale (dotto) e quello (il) ricco e quello nobile, adornamento (decoro) e guida (mente) per il (al) bel regno italico, è già sepolto, pur essendo ancora vivo, nelle regge dove costantemente si piega ad adulare i dominatori, e come unico motivo d’onore (laude) ha titoli nobiliari. Per me invece la morte prepari un rifugio di pace (riposato albergo), dove finalmente la sorte cessi di perseguitarmi, e gli amici (amistà) raccolgano come mia eredità non ricchezze, ma appassionati sentimenti e l’esempio di una poesia che conservi il senso della libertà e della dignità umana.

 

Dei sepolcri parafrasi vv. 151-212

Le tombe (l’urne) dei grandi (de’ forti) stimolano (accendono) a nobili (egregie) imprese (cose) gli animi grandi (il forte animo), o Pindemonte; e rendono (fanno) al giudizio del forestiero (peregrin) bella e santa la terra che le contiene (le ricetta).

Io quando vidi la tomba dove riposa Machiavelli, quel grande che, insegnando (nel Principe) ai regnanti l’arte di governare (temprando lo scettro), ne toglie gli allori, e rivela ai popoli come il potere si fondi sulle sofferenze imposte ai sudditi (lagrime) e sui delitti (sangue). E (quando vidi) il sepolcro di Michelangelo che innalzò a Roma la cupola di San Pietro; e la tomba di Galileo, che vide più pianeti ruotare nella volta celeste (etereo padiglion) e il sole illuminarli immobile, aprendo così per primo le vie della ricerca astronomica all’inglese Newton, che vi fece straordinari progressi; gridai “beata te” (Firenze), per l’aria (aure) felice e piena (pregne) di vita e per le acque (i lavacri) che l’Appennino fa scorrere (versa) verso di te (a te) dalle sue montagne (gioghi).

La luna, lieta della tua aria, ricopre di luce limpidissima i tuoi colli, festanti per la vendemmia; e le valli circostanti (le convalli), popolate di case e di oliveti, mandano verso il cielo mille profumi (incensi) di fiori.

Tu per prima Firenze udisti il poema (cioè la Divina Commedia) che alleviò lo sdegno a Dante esule (Ghibellin fuggiasco), tu (Firenze) desti i genitori e la lingua a Petrarca, attraverso la cui bocca sembrava parlare la dolce voce della Musa Calliope, che adornando di un velo candidissimo l’amore, il quale era nudo in Grecia e era nudo in Roma, lo restituì in braccio a Venere celeste. Ma soprattutto sei beata perché conservi in una chiesa (Santa Croce) le glorie italiane, le uniche rimaste all’Italia da quando i confini delle Alpi mal difesi e la legge ineluttabile delle sorti umane, che ora innalza i popoli ora li fa decadre (alterna), hanno fatto sì che gli stranieri la spogliassero delle armi, della ricchezza, della sua religione (are), della libertà nazionale (patria), e, tranne le memorie del passato, di tutto.

E perciò se un giorno tornerà a risplendere una speranza di gloria per gli animi generosi e per l’Italia, di qui verremo a trarre ispirazione ad agire.

E spesso Vittorio Alfieri venne a ispirarsi presso queste tombe (marmi). Irato contro gli dèi protettori della patria, vagava silenzioso dove l’Arno è più deserto, osservando desideroso i campi e il cielo; e poiché nessun aspetto vivente gli addolciva l’ansia, egli, severo, si fermava qui (in Santa Croce); e sul volto aveva il pallore della morte e la speranza.

Anche Alfieri è sepolto in Santa Croce (Con questi grandi abita in eterno), e dalle sue ossa sembra ancora provenire il fremito di amor di patria che lo animava in vita (e l’ossa fremono amor di patria). Ah sì! dalla pace di Santa Croce spira un senso religioso di amor di patria; questo stesso spirito alimentò il valore e l’ira dei Greci contro i Persiani nella battaglia di Maratona, dove Atene consacrò le tombe dei suoi guerrieri.

Il navigatore che navigò a vela (veleggiò) quel mare (l’Egeo) sotto l’isola Eubea, vedeva nalla vastità buia (per l’ampia oscurità) balenare scintille di elmi e di spade (brandi) che si scontrano (cozzanti), vedeva le pire fumare vapore di fuoco (igneo), vedeva fantasmi (larve) di guerrieri lampeggianti (corrusche) di armi di ferro cercare lo scontro (la pugna); e nell’orrore dei silenzi notturni si spargeva (si spandea) nei campi un lungo frastuono (tumulto) di eserciti (di falangi) e un suono di trombe (tube) e un rumore incalzante di cavalli che corrono (accorrenti) scalpitando sugli elmi dei moribondi, e pianto, ed inni, e il canto delle Parche.

 

Dei sepolcri parafrasi vv. 213-295

Ippolito (Ippolito Pindemonte), felice te, che nella tua giovinezza (a’ tuoi verdi anni) navigavi il mare (il regno ampio de’ venti… correvi). E se il pilota rivolse (drizzò) la tua rotta (antenna) oltre le isole Egee, certo udisti le coste dell’Ellesponto risuonare di antichi fatti, e udisti la corrente (la marea) rimbombare (mugghiar) portando le armi di Achille alle coste (prode) del Capo Reteo (Retèe) sopra le ossa di Aiace: la morte è giusta dispensatrice (dispensiera) di gloria verso i valorosi (a’ generosi); né l’astuzia (con cui si era fatto assegnare le armi) né il favore dei re (Agamennone e Menelao) consentirono a Ulisse (all’Itaco) di conservare le spoglie di Achille, difficili da ottenere (ardue), poiché il mare sconvolto dagli dèi infernali le tolse alla nave di Ulisse che vagava durante il ritorno in patria (raminga).

E le Muse, animatrici del pensiero umano, chiamino me ad evocare gli eroi greci, me che i tempi malvagi e il desiderio (il desio) di onore fanno andare (ir) esule (fuggitivo) fra (per) popolazioni (gente) diverse.

Le Muse (le Pimplèe) siedono quali custodi dei sepolcri, e quando il tempo con le sue fredde ali vi distrugge (vi spazza) perfino (fin) le rovine, esse allietano (fan lieti) i deserti con il (di) loro canto, e l’armonia del loro canto supera (vince) il silenzio di mille secoli.

E oggi nella Troade desertica (inseminata) splende eternamente (eterno) davanti ai viaggiatori (peregrini) un luogo eterno per la ninfa (Elettra) di (a) cui Giove fu sposo e che diede (die’) a Giove il figlio Dàrdano, da cui (onde) derivarono (fur) Troia e Assàraco e i cinquanta figli sposati (di Priamo) e il regno della popolazione (gente) discendente da Iulo (Giulia, cioè i Romani, perché Giulio Cesare affermava di discendere da Iulo, figlio di Enea).

Infatti (Però che) quando Elettra udì la Parca che la chiamava dalle vitali brezze (aure) della luce (del giorno) per andare alle danze (a’ cori) dell’Eliso, rivolse a Giove l’ultima preghiera (il voto supremo): E se – diceva – a te furono cari i miei capelli (le mie chiome) e il mio viso e le dolci veglie d’amore, e la volontà del destino (de’ fati) non mi concede (assente) premio migliore della morte, almeno proteggi (guarda) dal cielo la tomba dell’amante morta, così che resti memoria (la fama) della tua Elettra.

Così pregando (orando), Elettra moriva. E Giove (l’Olimpo) piangeva (gemea) di ciò (ne); e la testa (capo) immortale di Giove chinandosi (accennando) spandeva (piovea) dai capelli (dai crini) ambrosia sulla ninfa, e fece (fe’) sacri quel corpo e la sua tomba.

Qui (sulla tomba di Elettra) si riposò (posò) Erittonio, e riposano (dorme) i resti del giusto Ilo; qui le donne troiane (Iliache) scioglievano i capelli (le chiome) inutilmente (indarno) pregando di allontanare (deprecando) l’imminente destino (fato) dai loro mariti; qui venne Cassandra, quando (allor che) il dio Apollo (il Nume) entratole in petto le faceva predire il giorno mortale; e cantò una profezia (carme) appassionata (amoroso) ai morti (all’ombre) e vi guidava i nipoti, e insegnava ai giovinetti il lamento amoroso.

E Cassandra diceva sospirando ai nipoti: O se mai il cielo permetta a voi di ritornare (ritorno) da Argo, dove pascerete i cavallli per Diomede (al Tidìde) e per il figlio di Laerte (Ulisse), invano cercherete la vostra patria! Le mura, opera di Apollo (di Febo), fumeranno sotto le loro macerie (reliquie). Ma i Penati di Troia avranno dimora (stanza) in queste tombe; perché è un dono degli dèi conservare (servar) un nome elevato (altero) anche nelle miserie.

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