le tre unità aristoteliche
Aristotele, copia romana (I-II secolo d.C.) di un originale in bronzo di Lisippo. Parigi, Museo del Louvre

Cosa sono le tre unità aristoteliche

Nella prima metà del Cinquecento avviene la “riscoperta” di un importante trattato del filosofo greco Aristotele (IV secolo a.C.): la Poetica. Pressoché ignota in epoca medievale e umanistica, la Poetica viene tradotta in latino per la prima volta nel 1498 da Giorgio Valla e diventa argomento di dibattito in ambito classicista a partire dalla traduzione di Alessandro Pazzi dei Medici, nipote di Lorenzo il Magnifico, pubblicata postuma nel 1536.

Dei due libri in cui era articolata la Poetica divenne noto solo il primo sulla tragedia, mentre il secondo sulla commedia è andato perduto (Umberto Eco costruisce Il Nome della Rosa proprio attorno al secondo libro della Poetica). Il primo libro diventò per gli studiosi classicisti un punto di riferimento fondamentale nell’istituzione di regole per il genere tragico.

In nome della poetica del “verosimile” (cioè della rappresentazione in arte non del vero ma della sua apparenza, non del particolare ma dell’universale che è in esso) e sulla scorta di un passo della Poetica, vengono fissate per la tragedia le regole delle tre unità aristoteliche: unità di azione, unità di tempo e unità di luogo.

L’azione, ovvero l’argomento del dramma nello svolgimento del suo intreccio, doveva essere unica, nel senso che non doveva essere disturbata da episodi secondari; unico doveva essere il luogo, e parimenti unico il tempo (un giorno) in cui si svolgeva l’azione.

Le tre unità aristoteliche vennero assunte nel Cinquecento come canone di perfezione della tragedia classica.

Le tre unità aristoteliche: da Aristotele a Shakespeare

Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, i romantici tedeschi rifiutarono la regola delle tre unità aristoteliche. Essi opposero ai classici il modello della tragedia di Shakespeare, che ignora completamente le unità aristoteliche.

Il rifiuto dei romantici nasceva dal principio che il genio poetico deve creare liberamente, senza costrizione alcuna, come una forza della natura.

La teorizzazione più compiuta del rifiuto fu data dal critico tedesco August Wilhelm Schlegel nel suo Corso di letteratura drammatica (1809), che ebbe risonanza europea.